Archivio per Dicembre 2006

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Rassegna stampa 28/12/2006

28 Dicembre 2006

- Calciopoli, la verità di Giraudo, M.Bisso (L’espresso, 5-12-06)

- Moggi: “Giraudo ed io abbiamo sempre avuto ragione” (Adnkronos, 20-12-06)

- Trezeguet: “Resto se la Juve sarà competitiva” (Quotidiano.net, 12-12-06)

- Nedved: “La Juve cambia, il calcio no” (Tuttosport, 14-12-06)

- La Covisoc blocca il calciomercato (Tgcom, 15-12-06)

- Fabio Cannavaro Fifa World Player (La Stampa, 19-12-06) (altro articolo)

- Cinque motivi per amare Materazzi, Marco Zucchetti (Il Giornale, 27-12-06)

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Un anno da vincenti sul campo

26 Dicembre 2006

La Juventus ha chiuso il 2006 sportivo ai primi posti della classifica e, soprattutto, imbattuta. In tutto l’anno, infatti, i bianconeri, non hanno mai perso una sola partita di campionato, vincendone 24 e pareggiandone 14, tra serie A e serie B. Un ruolino di marcia impressionante, che non ha eguali in Europa. (Juventus.com)

Ecco nel dettaglio tutte le partite di campionato dell’anno solare:

Stagione 2005/06
18.a 07/01/06 Palermo-Juventus 1-2
19.a 15/01/06 Juventus-Reggina 1-0
20.a 18/01/06 Chievo-Juventus 1-1
21.a 22/01/06 Juventus-Empoli 2-1
22.a 29/01/06 Ascoli-Juventus 1-3
23.a 05/02/06 Juventus-Udinese 1-0
24.a 08/02/06 Juventus-Parma 1-1
25.a 12/02/06 Inter-Juventus 1-2
26.a 18/02/06 Messina-Juventus 2-2
27.a 26/02/06 Juventus-Lecce 3-1
28.a 04/03/06 Sampdoria-Juventus 0-1
29.a 12/03/06 Juventus-Milan 0-0
30.a 18/03/06 Livorno-Juventus 1-3
31.a 25/03/06 Juventus-Roma 1-1
32.a 01/04/06 Treviso-Juventus 0-0
33.a 09/04/06 Juventus-Fiorentina 1-1
34.a 15/04/06 Cagliari-Juventus 1-1
35.a 22/04/06 Juventus-Lazio 1-1
36.a 30/04/06 Siena-Juventus 0-3
37.a 07/05/06 Juventus-Palermo 2-1
38.a 14/05/06 Reggina-Juventus 0-2
Stagione 2006/07
1.a 09/09/06 Rimini-Juventus 1-1
2.a 16/09/06 Juventus-Vicenza 2-1
3.a 19/09/06 Crotone-Juventus 0-3
4.a 23/09/06 Juventus-Modena 4-0
5.a 30/09/06 Piacenza-Juventus 0-2
6.a 01/11/06 Juventus-Brescia 2-0
7.a 16/10/06 Treviso-Juventus 0-1
8.a 21/10/06 Triestina-Juventus 0-1
9.a 28/10/06 Juventus-Frosinone 1-0
10.a 06/11/06 Napoli-Juventus 1-1
11.a 11/11/06 Juventus-Pescara 2-0
12.a 18/11/06 AlbinoLeffe-Juventus 1-1
13.a 25/11/06 Juventus-Lecce 4-1
14.a 01/12/06 Genoa-Juventus 1-1
15.a 09/12/06 Juventus-Verona 1-0
17.a 19/12/06 Bologna-Juventus 0-1
18.a 22/12/06 Juventus- Arezzo 2-2
In totale 38 partite
Vittorie 24
Pareggi 14
Gol segnati 63
Gol subiti 23
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Un anno da perdente sul campo

25 Dicembre 2006

Zeman esonerato per l’ennesima volta

Il Lecce ha chiuso per la seconda, e probabilmente ultima volta, la sua avventura con Zdenek Zeman: il tecnico boemo è stato esonerato dal patron Semeraro, che subito ha annunciato l’ingaggio di Giuseppe Papadopulo (ex allenatore di Siena, Lazio e Palermo) come sostituto.
Voluto fortemente in estate per riportare i salentini in Serie A, Zeman lascia il Lecce al sest’ultimo posto in B con soli 18 punti in altrettante gare, frutto di cinque vittorie, tre pareggi e ben dieci sconfitte. (SportIsland)

Ecco tutte le partite giocate dalle squadre di Zeman nell’anno solare:

Stagione 2005/06
32.a 10/03/06 Bari-Brescia 1-0
33.a 18/03/06 Brescia-Catanzaro 2-0
34.a 25/03/06 Modena-Brescia 2-1
35.a 01/04/06 Brescia-Mantova 0-0
36.a 08/04/06 Piacenza-Brescia 3-1
37.a 23/04/06 Brescia-Cesena 3-2
38.a 29/0406 Atalanta-Brescia 2-0
39.a 06/05/06 Brescia-Vicenza 0-3
40.a 13/05/06 Ternana-Brescia 2-2
41.a 21/05/06 Brescia-Torino 0-1
42.a 28/05/06 Crotone-Brescia 4-2
Stagione 2006/07
1.a 09/09/06 Lecce – Albinoleffe 3-1
2.a 16/09/06 Verona – Lecce 1-1
3.a 19/09/06 Lecce – Mantova 2-0
4.a 25/09/06 Treviso – Lecce 1-0
5.a 30/09/06 Lecce – Genoa 3-2
6.a 01/11/06 Frosinone – Lecce 2-1
7.a 14/10/06 Lecce – Rimini 1-2
8.a 21/10/06 Modena – Lecce 2-0
9.a 28/10/06 Lecce – Triestina 2-2
10.a 04/11/06 Arezzo – Lecce 0-1
11.a 11/11/06 Piacenza – Lecce 3-2
12.a 18/11/06 Lecce – Crotone 0-1
13.a 25/11/06 Juventus – Lecce 4-1
14.a 02/12/06 Lecce – Brescia 2-1
15.a 09/12/06 Bologna – Lecce 3-1
16.a 16/12/06 Lecce – Bari 1-3
17.a 19/12/06 Spezia – Lecce 0-2
18.a 23/12/06 Lecce – Vicenza 1-2
In totale 29 partite
Vittorie 8
Pareggi 4
Sconfitte 17
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«Calciopoli? Uno scandalo pilotato dall’alto»

3 Dicembre 2006

Bergamo: «Parlavo con tutti i dirigenti e con tutte le società»

L’ex designatore, uno degli imputati eccellenti di Calciopoli, parla per la prima volta dopo i processi e lo scandalo che hanno minato la credibilità e l’immagine del nostro calcio.

Paolo BergamoHa mai risentito quelle telefonate scandalose?
«Non serve, le ricordo tutte molto bene. Ma non solo quelle, ce ne sono moltissime altre».
Pentito?
«E di cosa? Parliamo di uno scandalo che non esiste, io ho fatto soltanto il mio dovere di designatore. Al telefono tenevo rapporti con i miei dirigenti federali e le società, con alcuni allenatori e gli arbitri perché non era vietato dai regolamenti. E poi perché parlando venivo a conoscenza di situazioni, si svelavano retroscena, capivo meglio l’andamento delle partite e gli umori degli addetti ai lavori fin dentro lo spogliatoio. Lo scopo? Svelenire polemiche, ottenere maggiore serenità e arbitraggi migliori».
L’impressione è che lei parlasse soprattutto con Moggi e gli amici di Moggi. Con il vice presidente federale Mazzini e con le squadre amiche di Mazzini. Tutto per favorire una bella combriccola….
«Già, la famosa cupola. Ora non esiste più neanche per Borrelli, ma averla ipotizzata è stato l’errore più grossolano e devastante»
Ci sono le intercettazioni che parlano…
«Appunto. Il giallo o, se vuole, il mistero è proprio questo. Io parlavo con tutti i dirigenti e con tutte le società. Ripeto e sottolineo: tutte. Perciò mi chiedo: come mai agli atti ci sono soltanto le telefonate con qualcuno? Perché mancano tutte le altre?».
Quali?
«Con le figure istituzionali tutte. Con il vice presidente Abete, durante le Olimpiadi di Atene, abbiamo parlato per ore. Era assolutamente normale».
Chi era il telefonatore più insistente?
«Giacinto Facchetti. Parlarne mi addolora per l’amicizia che ci legava dagli anni sessanta e per la prematura scomparsa, ma la sua società, l’Inter, si lamentava più di tutte».
E di cosa?
«Facchetti era sempre scontento ed io lo capivo perché l’Inter faticava a vincere. Sospettava di tutto, molti arbitri non gli erano graditi, le griglie non gli piacevano, Juve e Milan gli facevano paura».
In concreto, cosa ha fatto lei per andargli incontro?
«Ho sempre messo i nerazzurri nella fascia di sorteggio con Juve e Milan. Poi ho cercato di spiegargli certi errori per convincerlo che non c’era prevenzione. Ho tenuto con l’Inter rapporti molto stretti, ho anche invitato Facchetti a cena. Ci tenevo a fargli vedere la mia casa, il mio tenore di vita, volevo dimostrare la mia assoluta indipendenza economica. Non avevo bisogno di nessuno».
E con Moratti che rapporti c’erano?
«Corretti. Dopo il drammatico 5 maggio 2002 , quando l’Inter perse lo scudetto a Roma con la Lazio all’ultima giornata, mi sentii molto coinvolto emotivamente. Volli fargli sentire la mia vicinanza da uomo di sport e ci incontrammo a cena con mia moglie nella sua residenza estiva».
Chissà come si sfogava Sensi…
«Con lui ho avuto vari contatti assolutamente seri. Certo, si lamentava dello strapotere economico e conseguentemente tecnico del nord, temeva la Juve e il Milan, non voleva certi arbitri, altri li caldeggiava, il tutto per mera scaramanzia. Il sorteggio e le griglie obbligate mettevano tutti d’accordo».
Le griglie di Moggi…
«Conosco Luciano da più di 30 anni. Conservo ancora una foto con lui scattata nel 1976 negli spogliatoi dell’Olimpico. Ha una famiglia splendida. Sono stato più volte con mia moglie a casa sua a Monticiano, conosco anche il babbo e la mamma che hanno più di 90 anni. C’è stima reciproca, mi onoro ancora della sua amicizia, se ha commesso errori ne risponderà. Vedremo. Lui è uno che lavora venti ore al giorno, del calcio sa tutto come nessuno. Quei nomi di arbitri che fa in una telefonata scherzosa erano obbligati. Non avevano diretto la domenica precedente, non c’erano altre soluzioni tecnicamente idonee. E poi tutto finiva dentro un’urna, quegli arbitri potevano toccare a Milan e Inter, non solo alla Juve. Non decideva Moggi, ma il sorteggio».
Taroccato…
«Hanno cercato di dire anche questo, sono state addirittura scritte le modalità per truccare il sorteggio. E’ un accusa ridicola caduta in fretta quando si è capito meglio che al sorteggio partecipavano i giornalisti ed un notaio controllava le operazioni».
Però Moggi incideva…
«Ma quando mai. In un anno di intercettazioni, c’è solo una telefonata. In altre, Moggi mi critica per certe decisioni e per certi arbitraggi».
E Galliani chiamava?
«Pochissimo, anche se ci conoscevamo da quando era un dirigente del Monza. Lo incontravo a Milano quando andavo a vedere gare importanti. Il rapporto istituzionale quale presidente di Lega è stato assai corretto. Del Milan parlavo con Meani».
Come mai andò a cena con i Della Valle?
«Mazzini mi riferì del loro disagio che era anche il nostro. In effetti la Fiorentina quell’anno subì parecchi errori, i Della Valle pensavano ad una ritorsione per la loro presa di posizione contro il Palazzo. Accettai di incontrarli per spiegarmi, fui io a decidere di andare in un ristorante e non a Coverciano: non avevamo niente da nascondere».
Cosa successe dopo?
«Nelle ultime tre giornate di campionato promisi che la Fiorentina e le altre squadre in lotta per la retrocessione sarebbero state inserite nella medesima griglia con gli stessi arbitri, i più esperti. Gli errori non finirono, alla terz’ultima e alla penultima giornata di campionato in Fiorentina-Atalanta e Lazio-Fiorentina ne furono commessi ancora ed erano decisivi ai fini del risultato».
Però Lecce-Parma finì in un pari benedetto…
«Qualcuno dovrà spiegare come si possa pensare ad un illecito perché io ho parlato con De Santis prima della gara come facevo con tutti gli arbitri. Lui mi dice che è una gara difficile e precisa: ‘Io mi metto in mezzo’. Lo incoraggio ad essere il migliore in campo con un augurio: ‘Vincila tu questa partita’. La Fiorentina si è salvata in quest’ultima giornata perché ha battuto il Brescia che conseguentemente è retrocesso e per una serie di altri risultati. Il pari in Lecce-Parma da solo non bastava, bisognava truccare quasi tutte le gare di quella giornata».
Chi le telefonava tra le società più piccole?
«Spesso Cellino del Cagliari. Sosteneva che i nostri giovani arbitri non erano all’altezza e dovevamo cambiare le metodologie di selezione dalle categorie inferiori. Parlavo anche con Cipollini del Bologna, Foti della Reggina, Sacchi del Parma e Zamparini nonostante lui oggi lo neghi. Vorrei ricordargli le proteste dopo un rigore in Samp-Palermo…».
In buona o cattiva fede, gli errori erano comunque moltissimi…
«Nei primi quattro anni del nostro mandato le cose sono andate bene. Purtroppo, Collina a parte perché la sua figura è irripetibile, finita l’epoca di fuoriclasse come Braschi e Cesari e di buoni arbitri come Trentalange, Borriello e Treossi, non abbiamo avuto più rimpiazzi se non Paparesta».
Chiuso in uno spogliatoio…
«Ha sbagliato a fare certe telefonate e per questo è stato giudicato».
E Rosetti?
«Lo abbiamo sostenuto, ma non è un grande arbitro. E’ discreto solo quando è in piena forma, ha fatto un buon mondiale, ma non ha la facilità di arbitraggio e la classe di Paparesta».
Ma non le sembra che il sistema risentisse dello strapotere di Juve e Milan?
«Erano le squadre più forti d’Europa, come dimostra la finale italiana di Manchester in Champions. Logico che vincessero. Ma nei nostri sei anni i primi due scudetti sono stati conquistati da Lazio e Roma e l’Inter lo ha perso nel terzo anno quando lo aveva già vinto. Tra le retrocesse non c’è mai stata una lamentela. Ricordo solo una polemica forte della Roma, ma io chiesi scusa pubblicamente a Sensi, i giallorossi furono davvero tartassati. Ma dai tabulati mancano anche queste telefonate… ».
Fatte a chi?
«Fabio Capello. Dopo quella stagione ci siamo sentiti spessissimo. Lo convinsi che era il suo nervosismo in panchina e quello della squadra a indurre più facilmente gli arbitri all’errore con la Roma. Non c’era malafede e lui lo capì».
Certe telefonate di Carraro sono da brividi…
«In effetti queste sono le intercettazioni più inquietanti. Lui chiedeva delle cose imbarazzanti, ma io gli ho tenuto testa fino alle male parole. E anche queste telefonate dimostrano la mia indipendenza. Carraro in una recente intervista ha detto che ha assistito ad una vicenda aberrante. Ha perfettamente ragione, basti ricordare gli avvenimenti più salienti della sua presidenza, da come è stato eletto, all’allargamento dei campionati di A a 20 squadre e di B a 24, al diverso trattamento ai club da parte del sistema finanziario nel quale ricopre un ruolo determinante. Non poteva essere un presidente federale super partes».
Perché non ha denunciato prima certe situazioni….
«Non stava a me contestare cose che si vedevano alla luce del sole. Il mio compito era quello di allenare la tecnica e la mente degli arbitri e convincere la federazione che fossero indipendenti economicamente».
Una bella guerra…
«Tra nord e sud, tutti volevano vincere ad ogni costo. Il calcio negli ultimi anni è stato questo. C’era la corsa alle risorse dei diritti tv, la loro ripartizione faceva la differenza tecnica».
E voi eravate condizionati…
«Mai. Le uniche pressioni arrivavano da certe trasmissioni televisive. Sapevamo che i nostri errori contro il Milan avevano una tremenda cassa di risonanza sulle reti Mediaset, mentre il Processo del Lunedì difendeva l’Inter sulla tv di Tronchetti Provera. Anche la carta stampata faceva la sua geopolitica, mai però tutto questo ha determinato condizionamenti, semmai ci aiutava a capire».
Però le telefonate intercettate sono squallide…
«Per come sono state estrapolate, fuori da ogni contesto. Per quello che si dice di volgare, per certe frasi. Ma sfido a registrare chiunque, sarebbe lo stesso. Il problema è un altro». Quale?
«Si è montato un processo mediatico. In questa vicenda non c’è nulla di illegale. Non gira denaro, non ci sono regali importanti, carriere montate ad arte. Vorrei sapere che fine hanno fatto le 26 partite truccate delle quali tutti hanno scritto a nove colonne. Le accuse di illecito sportivo sono cadute, resta solo Lecce-Parma. L’avremmo truccata io, Mazzini e De Santis? Siamo seri!».
L’inchiesta è pilotata?
«Le intercettazioni di sicuro. Come ho detto, qualcuno ha scelto alcune registrazioni e ne ha buttate altre che non servivano a un disegno preciso». Allora c’è un Grande Vecchio?
«Ne sono sicuro. Spero che le indagini extra-calcio in corso facciano chiarezza. Forse non è un caso isolato se De Santis ed io eravamo pedinati e intercettati. E poi mi chiedo: perché l’inchiesta archiviata a Torino è stata riaperta un mese dopo a Napoli?».
La Juve però ha dichiarato subito la colpevolezza…
«Un errore, apparentemente incomprensibile. Nessuna società butta a mare i suoi dirigenti più importanti prima di un processo o di prove provate!».Ma perché lei si è dimesso dal calcio?
«Perché ho capito durante il processo che non avrei avuto la benché minima possibilità di difendermi: le sentenze erano già scritte».
Guido Rossi aveva promesso pulizia seria…
«E invece lui, Ruperto e Borrelli hanno commesso importanti errori. Sono entrati in un mondo che non conoscevano, con rapporti, amicizie, vezzi, consuetudini e parole che girano senza che mai si oltrepassi il senso di un leale rapporto fra addetti ai lavori. Non si poteva fare un processo serio in tre settimane, non si può condannare senza prove: l’hanno fatto. A Borrelli propongo un confronto pubblico per dimostrare se Calciopoli esiste o è una montatura».
Lei chiede una revisione seria di quello che è successo, è possibile?
«Il presidente del Coni Petrucci ci ha provato, ma non interessa a nessuno. La macchina è ripartita, i campionati si giocano. Cosa vuole che importi di Bergamo, di Mazzini o di qualche altro che è ancora sotto psicofarmaci!».
Non si sentirà mica un nuovo Enzo Tortora?
«Ho il massimo rispetto per la vicenda umana di Enzo Tortora, non voglio fare simili confronti. Certo è che sono stato accusato ingiustamente nonostante sia un uomo pulito da sempre, come arbitro prima come dirigente poi. Mi resta un’unica convinzione: dal processo di Napoli verrà fuori la verità».

Enzo Bucchioni (Quotidiano.net)

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Come perdere pur vincendo

2 Dicembre 2006

Tutte le ragioni della più grande crisi della storia dell’Inter, l’attuale

Dopo tredici giornate di campionato, l’Inter di Roberto Mancini guida la classifica della serie A, stagione 2006/2007, con quattro punti di vantaggio sulla seconda, sei sulla terza. Dopo aver vinto uno scudetto (il quattordicesimo), una Coppa Italia (la seconda consecutiva), una Supercoppa italiana (con la Roma) e dopo aver visto sfumare soltanto nel finale la vittoria nel trofeo estivo “Birra Moretti” (contro Juve e Napoli), la squadra più forte, più compatta, più continua, intelligente, solida, robusta, vincente, la squadra più squadra del campionato, la squadra che tiene persino i ritmi di quella storica di Trapattoni, che dal 1950 non andava così bene, che Mancini è un allenatore da record, che la squadra è una squadra dei miracoli, la squadra financo più alta del campionato (media giudiziosamente calcolata dalla Gazzetta dello Sport, 4.228 centimetri totali, 183 centimetri cadauno, riportava il quotidiano), è proprio quella di Massimo Moratti. L’Inter non è mai stata così grande, non ha mai avuto giocatori così forti, l’Inter non ha mai vinto così tanto, l’Inter non è mai stata così forte. L’Inter non è mai stata così in crisi. Perché l’Inter è condannata a vincere, ma anche se poi vince, riesce ugualmente a perdere. Senza la Juve (in B), senza il Milan (otto punti di penalizzazione), con uno scudetto vinto – come spesso capita all’Inter – già sotto l’ombrellone, quest’estate. Con la squadra più forte, l’allenatore più bello, il presidente più elegante, la squadra più alta. Nell’anno in cui l’Inter è la squadra pulita del primo campionato pulito, nell’anno in cui all’Inter è stato assegnato uno scudetto da un suo ex consigliere di amministrazione (Guido Rossi, commissario uscente della Figc, all’Inter dal 1995 al 1999) e dal figlio di un suo ex dipendente (Paolo Nicoletti, ex subcommissario della Figc, figlio di Francesco Nicoletti, collaboratore di fiducia di Angelo Moratti, papà di Massimo Moratti), nell’anno in cui nel cda dell’Inter ci sono tre membri su otto (Carlo Buora, Pier Francesco Saviotti, Marco Tronchetti Provera) che fanno (o facevano) capo a un’azienda guidata da un suo ex consigliere d’amministrazione (Guido Rossi) e che è anche la stessa (la Telecom) che sponsorizza il campionato di serie A Tim, nell’anno incui trionfa, l’Inter è come se avesse già perso tutto.
L’Inter stravince, ma è in crisi. Vince perché non c’è più la Juve, vince perché c’è stato calciopoli, vince, come doveva vincere il Pds dopo tangentopoli, solo perché c’è stato calciopoli. Perché l’Inter trionfa con gli ex giocatori della Juve (Viera e Ibrahimovic, a segno domenica), vince con l’allenatore della Gea (ma Mancini non lo ha mai confermato), vince col viceallenatore della Gea (Mihajlovic), con un ex giocatore Gea (Marco Materazzi), in un campionato dove la terza squadra in classifica è allenata da Guidolin (al Palermo, ex della Gea), la seconda ha un direttore sportivo ex Gea (la Roma, con Pradè), la quarta ha un presidente vicino alla Gea (il Livorno, con Spinelli) dove alcuni tra i giocatori più forti (Mutu, Stankovic, Amelia, Bianchi, Aquilani) sono tutti giocatori che erano della Gea. Ma dove però, vedi Zamparini domenica scorsa, si dice ancora: “Qui non è cambiato nulla, è peggio di Moggiopoli”, e così via.
L’Inter è in crisi. Vince, ma riesce a perdere. Segna, ma riesce a non vincere. Non ha problemi e quindi, proprio per questo, i problemi possono solo arrivare. Vincerà lo scudetto, ma lo farà nell’anno in cui non si poteva proprio non vincere. Vincerà questo, vincerà anche il prossimo, ha vinto anche l’ultimo, vincerà – c’è da giurarci – pure il trofeo “Birra Moretti”, ma lo farà solo perché si è trasformata in quella stessa Signora del calcio che ora, però, si trova in serie B. Perché l’Inter è la squadra più forte ma è anche la squadra della patente di Recoba (falsa), del nandrolone di Kallon, dell’ematocrito di Martins, delle fidejussioni fuori tempo, della condanna a sei mesi di reclusione (sostituiti con una pena pecuniaria) per aver concorso a falsificare un passaporto (il St. Etienne, in Francia, cinque anni fa, per aver falsificato i passaporti di due suoi giocatori finì in B con sette punti di penalizzazione). Perché l’Inter per diventare la nuova Signora del calcio è diventata come la Signora che criticava, con il piccolo particolare che se prima l’Inter era la squadra che faceva tenerezza perché non vinceva mai, perché scambiava Coco con Seedorf, regalava Pirlo al Milan comprava giocatori solo perché erano mancini, cedeva Cannavaro (Pallone d’oro) per Carini (terzo portiere, molto basso), ora invece – l’Inter – non è neanche più simpatica, ed è diventata la squadra del “siete come la Juve, come la Juuuvee” (minuto 77, Palermo, stadio Renzo Barbera, domenica scorsa). Perché se l’Inter vincerà lo scudetto, come lo vincerà, lo vincerà con gli stessi arbitri che avrebbero fatto vincere lo scudetto a Moggi (il fatto che nella Juve ci fossero Cannavaro, Buffon e mezza squadra campione del mondo e mezza squadra vicecampione del mondo era effettivamente irrilevante), vincerà con i giocatori e gli allenatori della Gea di Moggino e Lippino (ora sciolta, forse perché aveva i giocatori più bravi del campionato). L’Inter vincerà lo scudetto, ma lo farà nell’anno in cui era impossibile non vincerlo, nell’anno in cui era troppo bella, troppo forte, troppo alta per perderlo. Lo farà nell’anno in cui aveva così tanto da perdere che alla fine, pure se lo scudetto non lo perderà, l’Inter riuscirà ugualmente a non vincerlo. E se poi lo vincerà, lo farà soltanto perché c’è stata calciopoli, lo farà con gli uomini Gea, i calciatori Gea, i dirigenti Gea, e i giocatori della Juve e vincerà proprio come se fosse la Juve, non come se fosse l’Inter.

Claudio Cerasa (Il Foglio, 2 dicembre 2006)

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Frasi da ricordare

2 Dicembre 2006

“Certo che se Cannavaro vincesse il Pallone d’Oro, a qualcuno dovrebbe essere dato un mongolino d’argento…” (Luciano Moggi)

“Non sono mai stato socio della Gea, nè all’atto della sua costituzione, nè successivamente.” (Roberto Mancini)

“Invece di cercare di giocare con la determinazione di chi gioca per il titolo, molti dei miei imploravano i laziali di lasciarli segnare. Abbiamo perso la testa.” (Hector Cuper a proposito del 5 maggio)

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Mancio, Candido e la Gea

2 Dicembre 2006

Il passato non si cancella

Dall’interrogatorio di Chiara Geronzi nell’ambito dell’inchiesta romana sulla Gea. «Soci fondatori siamo stati io, Francesca Tanzi, Andrea Cragnotti e Giuseppe De Mita. (…) Le quote societarie erano queste: il 20 per cento lo detenevo io, il 20 per cento la Tanzi, il 20 per cento Cragnotti e poi c’era un 40 per cento in mano alla società Roma Fides, fiduciaria composta da Giuseppe De Mita e Roberto Mancini». La notizia è stata pubblicata da La Repubblica (autori Marino Bisso e Corrado Zunino) che a pagina 60 di ieri commenta: «Sopra il nome della Roma Fides c’è stato a lungo un alone di mistero. L’interrogatorio della Geronzi offre un nuovo scenario e chiama in causa Mancini, che in passato ha smentito più volte una sua presenza nella contestata società».
Dall’intervista a Sergio Cragnotti, ex patron della Lazio, concessa a Claudio Sabelli Fioretti (il collega che fece ammettere a Massimo Moratti di avere spiato l’ex arbitro De Santis) per il Corriere della Sera Magazine, in edicola oggi. Domanda: «Lei un giorno ha parlato dei “moralisti alla Mancini…”» Risposta: «Anche lui spingeva la cacciata di Cragnotti dalla Lazio. Quando me ne sono andato, la gestione della Banca di Roma gli ha aumentato lo stipendio da 2 a 7 miliardi netti. E lui alla fine se ne è andato all’Inter portandosi via i migliori».
Restiamo in (sfiduciata) attesa di leggere su qualche quotidiano amico della squadra e della società nerazzurra (ce ne sono tanti e di importantissimi) le ragioni per cui Mancini ha sempre smentito la sua appartenenza alla Gea. Smentirà anche Chiara Geronzi, sua amica o ex amica? E se lo farà quali argomenti potrà usare? Dubito fortemente che Mancini torni sulla spinosissima questione, visto il rapporto che ha con la stampa, con la lingua italiana e – non in ultima analisi – con la verità. Come dubito che vorrà rispondere a Cragnotti perché i moralisti di facciata sono sempre opportunisti della prima ora. Infatti Mancini era il centro della Lazio di Cragnotti. E si è servito dell’una e dell’altro finché gli ha fatto comodo per la sua inspiegabile carriera di allenatore protetto da Federazione, Settore Tecnico e ambienti ad essi contigui. Ricordate la deroga, letteralmente inventata, per farlo tesserare dalla Fiorentina nonostante avesse iniziato la stagione con la Lazio come allenatore
in seconda? Io sì. Peccato che tutti gli altri – Mancini incluso – fingano di dimenticarlo.
La Gazzetta dello Sport di ieri, mercoledì 22 novembre, pezzo a firma di Candido Cannavò. La rubrica dell’ex direttore ha un titolo esortativo “Fatemi capire”. È un invito che raccolgo volentieri. Perché nel prendere per l’ennesima volta le distanze dalla Gea, Cannavò – al pari di Mancini – incorre in qualche fondamentale amnesia. «La Gea World – scrive Cannavò – era una sintesi discutibile e intoccabile di un potere calcistico che attraversava la grande economia, le istituzioni, un popolo di complici e finiva nel grande laboratorio di Moggi, padre e figlio, che avevano le spalle ben coperte». Poi, però, Cannavò sprofonda nell’oblio: «Spocchia, spregiudicatezza, molta abilità e persino una grande “fiera del calcio” organizzata in grande pompa ogni anno a Milano, con una copertura televisiva che era più che altro uno spot pubblicitario, fondato sul culto della personalità della dinastia Moggi». Purtroppo Candido omette di dire che quella “fiera” si chiamava Expogoal ed aveva tra i partner principali proprio Rcs e la Gazzetta dello Sport, quotidiano che a quella “fiera” ha dedicato spazio e lustro grazie alle sue migliori firme, ai suoi migliori cronisti, ai suoi migliori editorialisti, ai direttori ed ex direttori. Cannavò era tra essi. Dati e date, non illazioni. Dalla Gazzetta dello Sport del 12 ottobre 2003. «Expogoal è caratterizzata anche dai convegni (…). Domani alle 14,30 “Campionato Aic della Solidarietà”, progetto sociale dell’Assocalciatori a favore degli anziani. Moderatore Candido Cannavò». Tutto scritto (e da ricordare).

Giancarlo Padovan (Tuttosport, 23 novembre 2006)

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Rassegna stampa 2/12/2006

2 Dicembre 2006

- Buffon: “Simpatici se non vinciamo” (Tgcom, 14-11-06)

- Cannavaro rivela: “Volevo restare all’Inter” (Quotidiano.net, 29-11-06)

- Senza ricorsi servono almeno investimenti, P. Bertinetti (Tuttosport, 24-11-06)

- Addio Romeo (Juventus.com, 24-11-06)

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Lo scomodo quesito

1 Dicembre 2006

Una domanda a Cobolli

Mi piacerebbe che Tuttosport ponesse una domanda semplice semplice al presidente Cobolli, assicurandosi che al momento della risposta sia presente anche il dottor Gigli. La domanda è questa: “Signor presidente, quanti scudetti ha vinto la Juventus?”. Le risposte possibili sono soltanto due: 29 o 27. Non c’è modo di sviare. E finché non ci sarà una risposta a questa domanda, qualsiasi proclama della nuova dirigenza juventina per me avrà valore pari al numero di scudetti vinti da Massimo Moratti. Sì, è vero, c’è una terza via tra il 29 e il 27, quella di chi dice che è stato ingiusto averci tolto il ventinovesimo, perché non è stato sfiorato da alcuna indagine, mentre è legittimo aver subito lo scippo del ventottesimo, quello delle intercettazioni telefoniche. Da ciò che leggo sembra che il nuovo corso juventino possa rispondere “28” alla mia domanda, come ha lasciato intendere il grande Lapo domenica su Tuttosport. Peccato che non abbia alcun senso. E, peraltro, non mi pare che la Juventus di Cobolli stia facendo alcunché, né legalmente né mediaticamente, per riprendersi il maltolto. Intanto chiunque abbia seguito quel campionato 2004 – con le eccezioni di Mancini, Liguori e Verdelli – sa perfettamente che lo scudetto delle intercettazioni è stato vinto regolarmente a San Siro grazie a una rovesciata di Alex e a un colpo di testa di Trezeguet e malgrado avessero fatto fuori, a tavolino, il formidabile Ibrahimovic. In modo tecnico-tattico – perché lo capissero anche Mancini, Liguori e Verdelli – l’ha spiegato definitivamente il campione del mondo Mauro German Camoranesi: “Gli avversari quando giocavano con noi se la facevano sotto”. Ma l’insensatezza è un’altra. Provo a spiegarmi. Se si considera giusta, corretta e condivisibile la decisione di punire la Juventus per gli intrallazzi del 2004-2005 – malgrado le sentenze abbiano dimostrato che non c’è stato alcun tentativo di truccare nemmeno mezza partita – si riconosce esplicitamente che Moggi e Giraudo guidavano per conto della Juve la cupola calcistica del campionato italiano da dodici anni, come si urla da sempre in curva sud e da qualche tempo su quel giornale rosa che si trova sui banconi dei gelati all’interno dei bar dello sport. Se si crede davvero che Moggi e Giraudo fossero capaci di pilotare gli arbitri e di fare la macumba ai calciatori fino a impedire, tramite la Gea, al più scarso difensore centrale degli anni Novanta, cioè a Salvatore Fresi, di non essere diventato Franz Beckenbauer, allora è giustissimo aver tolto anche il ventinovesimo scudetto. Anzi, per completare l’operazione simpatia, si dovrebbero restituire anche i cinque titoli precedenti e distribuirli un po’ a chi falsificava passaporti e ricettava patenti per schierare calciatori che non avrebbero potuto giocare e il resto a chi si faceva cambiare i regolamenti sugli extracomunitari la settimana precedente la partita decisiva contro la Juve e poi non pagava le tasse al fine di comprarsi il bomber. Dunque: 29 o 27? Se la risposta è 29, Cobolli Gigli dovrebbe occuparsi solo di questo, recuperare ciò che ci spetta e ricordare ogni cinque minuti che la nuova Juve risanata e pulita è a un passo non solo dalla Serie A, ma anche dalla terza stella. Solo così Cobolli può conquistare i tifosi juventini (non me, ché non gli perdonerò mai di aver venduto Ibrahimovic e Viera agli indossatori di scudetti altrui). Se, invece, la risposta è 27, per quanto mi riguarda la nuova Juve non potrà mai essere credibile, neanche facendosi scudo delle meraviglie degli splendidi campioncini di Deschamps. I quali, come è noto, li dobbiamo a Moggi e Giraudo.

Christian Rocca (Tuttosport, 28 novembre 2006)