«Sul campo aveva vinto la Juve»
da un’intervista di Marco Bernardini (Tuttosport, 2 settembre 2006)
Mazzone, non è che per caso dietro questo suo distacco dal calcio ci sta una certa nausea per tutto ciò che è accaduto nel mondo del pallone?
«No. E per un motivo molto semplice. Il mio è sempre stato il calcio dell’onestà, su tutto e su tutti. Badi bene che non sono un santo, ma un uomo il quale sapesse quante volte ha dovuto rifiutare di accettare taluni compromessi».
Proposte sportivamente ed eticamente indecenti?
«Più che altro sussurri, riferiti a possibili maneggiamenti assortiti. Ho sempre detto di no, ancora prima di conoscere i dettagli. Nel bene, come nel male».
Eppure, ancora oggi, lei viene indicato come uno fra i più fieri nemici della Juventus per via di quella epocale partita a Perugia.
«Semplicemente ridicolo. Professionalmente, ho sempre nutrito una stima e un’ammirazione incredibili per la Juventus. Chi sostiene queste falsità dovrebbe tenere conto che io, romanista dichiarato, con il mio Bologna feci perdere uno scudetto proprio alla Roma. E’ proprio vero che il mondo è pieno di scemi».
Che effetto le fa vedere lo scudetto tricolore cucito sul petto dei giocatori dell? Inter?
«Pessimo e fastidioso. Il titolo di campioni d’Italia lo si conquista sul campo di gioco e non perché altri sono stati puniti a causa di illeciti inesistenti».
Ho capito bene? Lei ha affermato che il campionato scorso non è stato giocato con carte truccate.
«Tentativi per barare ce ne sono stati, ma il campo aveva detto che a vincere lo scudetto era stata la Juventus».
Senza la regia malandrina di Moggi?
«Ho lavorato con Luciano, alla Roma. Mi lasci dire, lui è il più simpatico e stupendo millantatore del calcio italiano e, dietro alla sua ombra, si muove un esercito di allievi sicuramente meno bravi del maestro che hanno travisato la sua lezione. Il peccato che ha commesso Moggi è stato quello della vanità».
Urge una spiegazione per ciò che sostiene, Mazzone.
«Bene. Per capire calciopoli, occorre operare una netta distinzione tra quelli che sono i lavoratori del pallone e coloro che agiscono da dietro le quinte. Società, allenatori e giocatori rappresentano l’asse portante e sano dell’intera stuttura. Senza un buon coordinamento tra questi tre elementi, è subito crisi. Poi esiste il mondo, che io definisco quello delle ombre, popolato da personaggi i quali millantano credito lasciando intendere che sono in grado di fare qualsiasi tipo di operazione. Sono quelli del famoso “penso io a tutto”. Sono quelli ai quali io ho sempre risposto, le poche volte che mi avvicinavano: senta, mi faccia il piacere di pensare ai cavoli suoi e basta. Un problema, questo, che ha riguardato tutti e non solamente la Juventus».
La quale Juventus però è stata immolata, da sola, sull’altare di un presunto nuovo rinascimento sportivo e culturale. Esordirà, contro il Rimini, in Serie B.
«Un evento che mai avrei pensato di poter vedere e che neppure mai mi sarei augurato dovesse accadere».
Dicono che dovrebbe servire come lezione, per tutti.
«Me lo auguro. Certo che il prezzo è alto. L’importante è che ora, poiché a questo mondo vendetta chiama vendetta, non si trovino nuove occasioni per invocare altri capri espiatori come, per esempio gli abitri. Basta con la filosofia del sospetto. Il mondo del calcio ha bisogno di saggezza e non di fanatismo».
Lei ha allenato in Serie B, Ascoli e Lecce.
«Già, e con entrambe ottenni la promozione».
Qualche consiglio alla Juventus per rendere meno tribolato un percorso sconosciuto ai bianconeri?
«Non sarà una passeggiata. Il campionato cadetto significa calcio intenso, duro e aggressivo. Poco o nessun spazio alla fantasia. Ecco, io credo che Deschamps dovrà lavorare soprattutto sul piano psicologico con i suoi ragazzi».
Una Juventus che verrà, verosimilmante, accolta dai tifosi avversari come una poco di buono.
«Sarebbe vergognoso, oltrechè ingiusto. I giocatori bianconeri ne possono niente di tutto quello che è accaduto».
Alcuni di loro, come Buffon e come Del Piero, sono campioni del mondo.
«Un successo storico che qualcuno ha già voluto dimenticare».
Si spieghi meglio, Mazzone.
«Parlano i fatti, da soli. L’accantonamento di Marcello Lippi senza che sia stato fatto nulla di veramente concreto per convincerlo a rimanere, secondo suo diritto. I licenziamenti in tronco di Gentile e di Berrettini. Assurdi. Mi sono chiesto: ma a che gioco stanno giocando?».
A quello stabilito da Demetrio Albertini, probabilmente.
«Già, una persona di trentaquattro anni. Mi dica un po’ che che cosa può valere, sul piano dirigenziele, una parola come la sua! Zero assoluto».
Riecco, dunque, in pista il Carlo Mazzone da battaglia.
«Nessuna battaglia, per carità. Soltanto uno sfogo dettato da una certa amarezza. Vede, quando si è trattato di stilare una lista con sei o sette nomi di possibili candidati alla panchina azzurra, il mio non è stato manco preso in considerazione. Sarei stato il primo a rifiutare, ma sarei anche stato contentissimo di poter dare almeno qualche consiglio. A tutti quelli con la memoria corta voglio ricordare che Amelia lo lanciai io, che Materazzi lo recuperai a Perugia, che
trasformai Pirlo da mezza punta in playmaker, per non parlare di Totti e di Toni. Tutti giocatori della Nazionale, mi pare».
Cosa vuole, Mazzone, la giustizia non è di questo mondo.
«E forse, fuori dal campo, non appartiene manco al pianeta del calcio»