Archivio per maggio 2006

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Dopo Cannavaro, parla anche Capello

29 maggio 2006

“La Juve resterà in serie A”

Fabio Capello torna a parlare dopo la conquista dello scudetto e, in un’intervista a La Gazzetta dello Sport, fa il punto sugli scandali che stanno scuotendo il calcio italiano.
L’allenatore della Juventus si dice innanzittutto convinto che non ci saranno provvedimenti pesanti contro il club bianconero: “Sono certo che non ci sarà nessuna retrocessione e stiamo lavorando per la serie A – dice il tecnico di Pieris –. Io sono uno concreto e al momento sto pensando a creare una squadra competitiva per la massima serie, poi, quando sarà il momento, ci troveremo tutti insieme per rielaborare eventualmente altri progetti: bisogna vedere cosa vogliono fare i giocatori, ma io sono fiducioso e penso positivo. Credo che al massimo ci potrà essere una penalizzazione, visto che di mezzo ci sono dei dirigenti”.
Il commento sulle indagini è pesante: “Mi sembra di rivedere la storia di Tangentopoli, quando venne preso di mira il Partito Socialista – afferma il tecnico bianconero –. Ecco, la Juventus è come il Partito Socialista di allora, c’è una campagna anti-Juve. Non abbiamo mai rubato, nelle intercettazioni si parla di alcune cose, ma che poi si siano avverate è un altro discorso”.
E sulla Triade: “Moggi è forse stato superficiale, di certo ora è dispiaciuto – le parole di Capello –. Una cosa è però certa: il mio rapporto di stima e amicizia con lui, Giraudo e Bettega rimane intatto. Non rinnego i miei sentimenti nei confronti delle persone con cui ho lavorato per due anni anzi, in un momento di difficoltà sono ancora più vicino a loro”.
La Juve comunque deve rifondarsi dal punto di vista dirigenziale e per Capello si era prospettato un ruolo alla Ferguson: “No. A me piace stare sul campo – taglia corto il mister –. Posso dare qualche indicazione, ma la scrivania la lascio agli altri, perché non voglio occuparmi di contratti”.
Poi su i contatti con Real Madrid ed Inter: “Con gli spagnoli mi sono incontrato – rivela l’allenatore della Juve –, ma ho solo ascoltato, senza impegnarmi con nessuno. So che il Real è interessato a me e a Franco Baldini, ma del resto non è la prima volta che mi cercano, anche in febbraio avevo avuto un colloquio con Florentino Perez. Sull’Inter il discorso è diverso: prima incontrai il figlio di Moratti, poi lui in persona. Mi chiese un sacco di cose ma poi, prima dell’ultima giornata di campionato, mi ha fatto chiamare dicendomi che non se ne faceva più niente e accampando la scusa che era scoppiato lo scandalo. Ormai ho perso il conto delle volte che sono stato contattato dall’Inter, questa sarà la quarta o la quinta. In realtà, ho avuto l’impressione che a Moratti piaccia fare l’allenatore e così gli ho fatto da consulente, anche se di solito le consulenze si pagano. Battute a parte, mi fa piacere che mi stimi e dica che sono bravo”. (Sportal.it)

Leggere con molta attenzione: Pane, burro e congettura

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Si ricomincia dalla rettitudine

27 maggio 2006

Pessotto nuovo Team Manager

Gianluca Pessotto è il nuovo Team Manager della Juventus e prende il posto di Alessio Secco, nominato, in settimana, Direttore Sportivo. Il difensore bianconero lascia dunque l’attività agonistica, ma resta a stretto contatto con la squadra, della quale è sempre stato un elemento di primaria importanza, per il contributo dato sul campo e per le sue indubbie qualità umane che negli anni ne hanno fatto uno dei pilastri fondamentali dello spogliatoio. “Sono molto felice per quest’opportunità – spiega Gianluca – E’ un’occasione che mi permette di intraprendere una nuova carriera e, al tempo stesso, di restare a contatto con la squadra e quindi di poter “assorbire” meglio il distacco dal campo. Inizio questa avventura con grande entusiasmo e farò di tutto per essere all’altezza del nuovo ruolo”.
Pessotto è arrivato alla Juventus nella stagione 1995/96 e in undici anni ha vinto tutto: una Coppa Intercontinentale, una Champions League, una Supercoppa europea, sei scudetti e quattro Supercoppe italiane. A “Pesso” vanno i migliori auguri per una nuova carriera ricca di altrettante soddisfazioni.

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La parte lesa

27 maggio 2006

28 aprile 2005

L’addetto agli arbitri del Milan chiama il designatore Paolo Bergamo per sapere chi arbitrerà la domenica successiva a Firenze.

MEANI: Ma mi diceva Galliani cosa è che è successo ti stanno rompendo i coglioni per che cosa?
BERGAMO: Eh… dai non sei troppo intelligente per non capire
MEANI: Certo… chi è che ci mandi a Firenze?
BERGAMO: Mah… come griglia?
MEANI: Eh?
BERGAMO: Ma te dici come griglia di arbitri? L’abbiamo fatta a tre la griglia perché noi abbiamo… mi fai dire una cosa che con Gigi non ho ancora concordato però eh, quindi io ti dico cosa ho in mente. Ho in mente di metterne tre due… la partita vostra quella della Juventus e una gara di B… perché non voglio assolutamente che ci siano preclusioni e gli arbitri sono Messina sono Farina e sono Rodomonti per me poi sentiamo un po’ Gigi… perché poi tu immaginerai quelli che i tre che voglio mettere per la quest’altra domenica
MEANI: Tu vuoi mettere… io ho capito tu vuoi mettere Paparesta Collina e Trefoloni
BERGAMO: Sissignore… e mi ci gioco la testa
MEANI: Ecco però a Trefoloni gli fai un bel discorsetto
BERGAMO: Stai tranquillo, stai tranquillo
MEANI Perché sennò gli tagliamo la testa noi…

Nella stessa giornata sempre Meani chiama ancora Bergamo. Al centro del colloquio sempre la partita della domenica successiva a Firenze (che il Milan vincerà 2-1) e soprattutto gli assistenti della terna.

MEANI: Eh… chi è che pensi di mandarmi invece a me a Firenze?
BERGAMO: A Firenze non l’ho ancora studiata a dire la verità perché mi ci metterò dopo cena
MEANI: Ah…
BERGAMO: Stavo guardando c’ho qui l’elenco di quelli che sono in uscita… Voi con Stagnoli come vi siete trovati ultimamente?
MEANI: Bene
BERGAMO: Beh lui potrebbe essere uno…
MEANI: Per noi bene, anche con… anche se vuoi mettere uno che ha fatto poche partite con noi che noi ci troviamo bene è anche Ambrosino!
BERGAMO: Eh… potrebbe…
MEANI: È venuto da noi è venuto da noi due o tre domenica fa in casa, però ha fatto solo la partita, sarebbe la seconda può anche andar bene eh! Non so se ce l’hai in griglia o come la pensi però è uno
BERGAMO: No è uno che sta andando bene è un ragazzo…
MEANI: E’ un ragazzo sveglio…
BERGAMO: Di cultura
MEANI: Esatto…
BERGAMO: È un avvocato è uno che sa muoversi
MEANI: Eh… a me Stagnoli e Ambrosini vanno anche bene eh…
BERGAMO: Mentre invece Ayroldi no eh!
MEANI: No Ayroldi si, Ayroldi si…
BERGAMO: Quant’è che non viene Ayroldi?…
MEANI: È un po’ che conviene… è un po’ che non viene… Ayroldi può andare bene, anche
BERGAMO: Non sarebbe male eh!
MEANI: No! Stagnoli e Ayroldi
BERGAMO: Uhm…
MEANI: O Stagnoli-Ayroldi o Stagnoli-Ambrosini puoi mandare
BERGAMO: Sei sicuro che Ayroldi è per lo meno un mese che non viene?
MEANI: Si, si, si
BERGAMO: Eh allora mi danno una certa garanzia Stagnoli e Ayroldi

Al Franchi saranno Ayroldi e Stagnoli.

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Scheletri nell’armadio dei campioni d’Italia

25 maggio 2006

Notizia passata sotto silenzio riguardante la più onesta delle squadre di calcio:

Udine, passaporti falsi, condannati Recoba e Oriali
Prime sentenze per “passaportopoli”, un altro filone del “calciomalato”, dopo che un’inchiesta della magistratura aveva scoperto a Udine il segreto per far diventare comunitari calciatori che invece non avevano parenti in Europa. A patteggiare per primi la pena sono stati l’attaccante uruguayano dell’Inter Alvaro Recoba e Gabriele Oriali, ex campione del mondo con Bearzot, responsabile dell’area tecnica della società nerazzurra. Davanti al Gip del Tribunale di Udine Giuseppe Lombardi, gli avvocati di Recoba e Oriali avevano formalizzato il patteggiamento a chiusura dell’inchiesta. Il Gip ha sancito la stessa pena per entrambi: sei mesi di reclusione per ciascuno sostituiti con 21.420 euro di multa. Sia Recoba, sia Oriali hanno risposto di due ipotesi di accusa: concorso in falso in relazione al passaporto del calciatore e ricettazione, quest’ultima in relazione alla patente italiana ottenuta dal giocatore. Dalle indagini era emerso che il permesso di guida faceva parte di un pacchetto di moduli risultati rubati alla motorizzazione di Latina. (AGI, 25 maggio 2006)


Uno stralcio significativo della sentenza:

Passando all’esame delle singole posizioni, non sussistono dubbi sull’affermazione della responsabilità di Recoba Rivero Alvaro. Si è già detto che dagli atti non è desumibile alcuna valida ragione che consentisse al calciatore di credere nella genuinità del passaporto italiano in questione e, in particolare, non merita alcun credito l’affermazione del Recoba, allorchè sostiene di non aver rilevato l’anomalia della data di emissione del documento, anteriore di quasi un anno rispetto al momento della consegna dello stesso da parte di Oriali, o quando afferma di non aver notato che nel passaporto gli era stata attribuita una residenza romana mai esistita e meno ancora quando dichiara di non aver dato alcun peso alla circostanza che sul passaporto era applicata una sua fotografia di cui egli non aveva alcun ricordo e che non gli risultava comunque di aver consegnato ad alcuno.
Pertanto non mancano a Recoba l’intelligenza, la maturità e l’esperienza necessarie per comprendere che i passaporti non si materializzano dal nulla e che la trasformazione del suo status federale da extracomunitario a comunitario era irregolare.
Quanto al sig. Gabriele Oriali risulta dagli atti che questi, all’inizio della collaborazione con l’Internazionale a giugno 1999, apprese che la Società aveva interesse alla variazione di status del Recoba da extracomunitario a comunitario e che a tal fine era stato interessato lo studio legale spagnolo, le cui ricerche si erano però arenate, trattandosi di pratica complicata che richiedeva in ogni caso, tempi molti lunghi.
A carico dell’Oriali gravano elementi di accusa, costituiti da circostanze di fatto accertate e da argomentazioni logiche deducibili dagli atti, così precise, articolate e stringenti da dimostrarne la responsabilità al di là di ogni ragionevole dubbio. In particolare:
c) fu l’Oriali ad incaricare Krausz dello svolgimento della “pratica” in Argentina e ad autorizzare, dopo aver ottenuto l’assenso della Società, il versamento della somma di 80.000 dollari pretesi (cfr. le dichiarazioni sul punto del Krausz) dalla Liliana Rocca quale compenso per l’ottenimento del passsaporto.
Dagli atti risulta che almeno in due momenti Oriali deve essersi consultato con i propri superiori: il primo quando si trattò di dare il “via” alla pratica in Argentina ed il secondo quando si trattò di effettuare su indicazione di Krausz, il bonifico di 80.000 dollari, che evidentemente doveva essere autorizzato dai vertici societari.
Ciò posto, è evidente che la richiesta di pagamento di una somma rilevante per lo svolgimento di ricerche documentali avrebbe potuto, e forse dovuto, ingenerare nella dirigenza dell’Internazionale sospetti di irregolarità e d’altra parte l’inesistenza nei libri contabili della Società di un pagamento di tale importo potrebbe significare che alla liquidazione del compenso si sia provveduto in forma non ufficiale.

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Cannavaro a ruota libera

24 maggio 2006

“O’ capitano” esce allo scoperto

Dopo le accuse alla sua squadra di club, la Juventus, e quelle personali, vedi vicenda di presunti pagamenti in nero, Fabio Cannavaro ha deciso di passare al contrattacco e da Coverciano ha detto la sua sul mondo del calcio, confermando l’amore per la maglia bianconera. Il difensore azzurro, presentatosi nella sala stampa del ritiro della Nazionale nel primo pomeriggio, parla di tutto e di tutti.
La prima domanda, però, coglie tutti di sorpresa: “Pensa sempre che la Germania resti una delle favorite per la vittoria della Coppa del mondo?” Cannavaro sorride e replica con una battuta rivolta alla platea di giornalisti che affolla l’aula magna di Coverciano: “Lui mi sa che vive fuori dall’Italia.” Archiviata infatti la dichiarazione di rito al giornalista tedesco, il capitano della Nazionale è costretto a rispondere a una raffica di quesiti su questioni decisamente meno banali.
“Non penso minimamente a rinunciare alla fascia di Capitano. Ho la completa fiducia dell’allenatore e dei compagni, quindi non vedo proprio il motivo per cui dovrei farlo.” Così il difensore con più presenze in Nazionale tra i 23 azzurri replica ai dubbi sulla possibilità di essere lui il portavoce in campo dell’Italia al Mondiale.
Quando parla dello “scandalo” che sta travolgendo il mondo del pallone italiano, Fabio Cannavaro è un fiume in piena. Il difensore difende la sua Juventus e Luciano Moggi: “L’immagine dello scandalo è quella della Juventus perché è stato intercettato il suo direttore, ma quanto è accaduto non è una questione che riguarda solo i dirigenti della Juventus. Solo il telefono di Moggi era sotto controllo. Non sono state intercettate tutte le società, non tutti i club erano sotto controllo. La realtà è che era il sistema del calcio italiano ad andare in questo modo.” Riguardo all’ex dg: “Quello che ho visto è che c’era sicuramente tanta gente intorno alla Juventus. Erano tutti amici del nostro direttore, erano tutti contenti. Moggi sapeva gestire tanti calciatori, faceva bene tante cose, tutti sapevano della sua potenza. Come persona ha fatto di tutto, nei due anni in cui ho giocato alla Juve, per stare al nostro fianco.” E ancora: “Se mi meraviglio che non ci siano telefonate intercettate con Galliani? Non conosco i loro rapporti, non so quale confidenza ci fosse. Mi stupisce di non trovare tante telefonate, non solo quelle di Galliani. Prima aveva tanti amici, riceveva oltre 400 telefonate al giorno, ora molta gente non chiama più e questo dispiace. Comunque bisogna aspettare la conclusione delle indagini prima di condannare.”
Al difensore dà anche fastidio l’ipotesi di revoca degli scudetti degli ultimi due anni: “Non credo che gli ultimi due anni siano da cancellare, gli ultimi due scudetti vinti li sento come miei, sento di averli vinti sul campo. Per il momento sono chiacchiere, ognuno dice la sua, ci sono delle indagini in corso, è giusto che vadano avanti fino in fondo e se qualcuno ha sbagliato pagherà.” Il difensore della Nazionale poi aggiunge: “Non ho mai avuto in campo la sensazione di errori in malafede. Gli sbagli degli arbitri sono stati anche contro di noi, non solo a favore. De Santis nel 2005 ci ha arbitrato 6 volte, 5 in campionato e una in Supercoppa e non abbiamo mai vinto. In quest’ultima partita ci furono episodi contro di noi e nessuno ha mai detto nulla. Io non ho avvertito la sudditanza psicologica. Ero orgoglioso di essere juventino prima e lo sono anche adesso.”
A proposito delle intercettazioni legate al suo passaggio dall’Inter alla Juve e alla vigilia della gara in Nazionale con la Bielorussia, Cannavaro commenta: “La cosa che mi fa sorridere, ma mi fa anche rabbia, è soprattutto che sia stato avanzato il sospetto che io abbia giocato male in nerazzurro per andare via, o che abbia fatto problemi ad andare in campo. Io ho sempre dato il massimo, malgrado i problemi fisici, e alla Juve non ci pensavo proprio, ero contento di andare al Real Madrid, come mi dicevano i dirigenti dell’Inter.”
Poi smentisce anche le voci di pagamenti in nero nel suo contratto con la Juventus e conferma il suo amore per la Vecchia Signora, dichiarandosi pronto a seguirla anche in Serie B. “Il mio contratto con la Juventus è regolare: l’ho firmato il 29 agosto del 2004 e non c’è nessuna carta esterna, sono trasparente. La serie B? Per me non ci sarebbe nessun problema a giocarci: ho altri due anni di contratto e li voglio rispettare.”

Leggere attentamente:

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Arbitri amici? La parola ai numeri

22 maggio 2006

Vediamo quante vittorie hanno portato alla Juve i fischietti pro e quelli contro

Il campionato sotto accusa, quello della stagione 2004-2005, può essere sottoposto a diverse chiavi di lettura. Quella che andrebbe considerata per prima, cioè una lettura tecnica, è scivolata purtroppo in ultimissima posizione da quando sono divenuti di dominio pubblico i testi delle intercettazioni telefoniche sui quali i giudici della procura napoletana hanno basato le loro indagini. Non più cronaca sportiva, ma giudiziaria. La chiave di lettura ora è obbligata. Perché il campionato 2004-2005, vinto dalla Juve, sarebbe stato in realtà manovrato, condizionato, artefatto. Dagli arbitri. A loro volta influenzati, orientati, guidati dall’organizzazione che – sempre in base alle ipotesi di reato delineate della Procura napoletana – faceva capo a Luciano Moggi. Qualcosa di più della rinomata «sudditanza psicologica» da sempre chiamata in ballo per definire i ricorrenti favori arbitrali pro Juve. Anzi, una sudditanza portata alle estreme conseguenze e – quel che più è grave – indotta da comportamenti del tutto estranei all’etica sportiva. Un meccanismo consolidato: le pressioni sui designatori producevano a cascata pressioni sui direttori di gara. Gli arbitri al centro di tutto, insomma.
Fine intuizione, quella di Moggi. Capire che l’arbitro, una volta fatto entrare nel giro del grande calcio, perde automaticamente la sua autonomia, la sua libertà. Diventa suscettibile al potere. E non è necessario, perché questo accada, corrompere ogni singolo direttore di gara. No: è sufficiente lavorare sui vertici. Due designatori invece di uno, per dissimulare imparzialità, per far finta di accontentare le diverse correnti. Due designatori strapagati, quasi a livello dei migliori allenatori. Strapagati e perciò – almeno inconsciamente – riconoscenti al sistema che li ha voluti lassù, destinati ad essere sempre in debito con chi li ha scelti. A tal punto da non potersi permettere di attaccare il telefono di fronte a certi suggerimenti, se non addirittura a certi ordini. Un meccanismo a catena. Un sistema corrotto dalla frenetica aspirazione alla fama, al denaro e ai privilegi, che caratterizza il mondo del calcio. Specchio della realtà sociale italiana, certo. Comunque efficace, stando al succo delle intercettazioni di cui sopra.
Se però l’assioma deve essere: arbitri compiacenti uguale Juve spinta in classifica, allora qualcosa non torna. Nel senso che la morale delle cifre, la sostanza dei risultati, non combacia esattamente con la teoria che ha ispirato fin qui il lavoro della Magistratura. Nessuna prova a discarico, ci mancherebbe. Siamo su piani distanti, molto distanti. Semplicemente, il linguaggio delle statistiche sembra mettere tutti sullo stesso piano, gli arbitri presunti amici e quelli presunti indifferenti, o meglio corretti. E se non dimostra che la sudditanza non esiste, se non altro non mette in luce una particolare compiacenza.
Prendiamo il caso di Massimo De Santis, esempio vivente di un certo andazzo del calcio. Bastava avere una minima conoscenza del settore per sapere che non si trattava di sicuro del miglior arbitro nazionale, come la convocazione Fifa ai Mondiali (ispirata evidentemente dal sistema italiano) voleva invece dimostrare. Una preparazione atletica all’altezza, probabilmente, ma capacità tecniche al di sotto dell’eccellenza. De Santis, a quanto pare, incarnava idealmente l’arbitro giusto per il calcio ricco (per pochi) e votato alle logiche di potere. Incurante degli errori grossolani come quel gol annullato a Fabio Cannavaro a Torino, quando il difensore vestiva la maglia del Parma. Attento ai dettagli del potere (come dimostra la storia della muta di maglie ottenuta quale cadeau dalla squadra di riferimento, vedere intercettazioni), capace di resistere ad attacchi tremendi, a polemiche in grado di annientare chiunque.
D’accordo, però il bilancio delle partite della Juve arbitrate da De Santis nella stagione 2004-2005 non denota una particolare aderenza alla presunta cupola moggiana. L’arbitro di Tivoli l’anno scorso ha concluso il ciclo bianconero dirigendo (il 20 agosto 2005) la Supercoppa italiana disputata a Torino e assegnata all’Inter grazie al gol di Veron nei supplementari e dopo l’annullamento di una rete segnata da Trezeguet (per fuorigioco), ma apparsa valida. Durante il precedente campionato aveva incontrato la Juve in 5 occasioni, registrando sul suo taccuino questi risultati: vittorie dei bianconeri contro Atalanta (2-0) e Lecce (1-0), pareggio con il Parma (1-1) e sconfitte con Palermo (0-1) e ancora Inter (0-1). In totale, contando anche la gara di Supercoppa, 7 punti conquistati dalla Juve su 18 disponibili.
Un dato che, curiosamente, contrasta con il bilancio delle partite invece dirette da Pierluigi Collina. Perché in questo caso la Juve ha vinto di più, ma l’arbitro in questione non è mai stato considerato vicino all’influenza di Moggi, anzi, in diverse occasioni apertamente criticato dal club bianconero sotto la gestione della Triade. Eppure con Collina la Juve – sempre nella stagione 2004-2005 – ha battuto la Roma (2-0), l’Atalanta (2-1), il Siena (3-0) e il Milan (1-0) a San Siro nella partita che assegnato ai bianconeri lo scudetto, mentre l’unico pareggio è stato registrato nella trasferta di Firenze (3-3). In totale 13 punti alla Juve su 15 disponibili.
Qualcuno obietterà che sono dati che non significano nulla. E così affermando avrà tolto credibilità alla teoria degli arbitri affiliati, o almeno al teorema delle vittorie telecomandate. Tirando le somme, considerando anche le due partite di Coppa Italia contro l’Atalanta (alla larga da altri potenziali scandali, vedi calcioscommesse), dividendo gli arbitri della stagione cosiddetta taroccata in arbitri amici della Juve e arbitri equidistanti, ne esce un quadro di sostanziale parità. La squadra composta dal capofila De Santis più Bertini, Dondarini (già, il «Donda »), Racalbuto (non proprio un fuoriclasse del fischietto), Rodomonti, Pieri, Trefoloni (lui ligio alla sudditanza anche nei numeri: 4 vittorie su 4), Farina e Ayroldi totalizza 51 punti su 81 per una percentuale di adattabilità al progetto Moggi pari al 71 per cento. La risicata formazione degli arbitri fedeli al proprio mandato, composta dall’asso Collina (grande personalità più che destrezza nella valutazione dei falli), il povero Paparesta, Messina, Banti e Bergonzi mette invece a segno 29 punti bianconeri sui 42 a disposizione. Vale a dire, in termini di incidenza, il 70 per cento.
Non si notano sperequazioni. Non si vedono fatti tali da dimostrare la colpevolezza di qualcuno o l’innocenza di altri. A meno che Moggi non sia stato così abile da confondere le acque anche in questo caso…

Luca Borioni (Tuttosport, 22 maggio 2006)

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La parola all’esperto

21 maggio 2006

«Dov’è l’illecito sportivo?»
Il capo dell’Ufficio Indagini del calcioscommesse anni ’80 contro i giustizialisti

Dottor De Biase, 26 anni sono passati dalle squalifiche di campioni come Paolo Rossi e Bruno Giordano e il calcio si ritrova nella bufera.
«Già. Nel 1980 la denuncia di Trinca e Cruciani portò alla luce il lato oscuro del mondo del pallone. I due ritenevano di essere stati truffati da calciatori che promettevano loro di addomesticare i risultati di molte partite, salvo dare vita a risultati molto diversi. Io, da capo dell’Ufficio Indagini della Federcalcio mi attivai immediatamente, era l’inizio dello scandalo diventato noto come “calcioscommesse”».
Anche allora l’inchiesta si muoveva su due piani, quello della magistratura ordinaria e il vostro.
«Al tempo era tutto più problematico, perché non esisteva la legge che permette alle Procure di trasmettere gli atti alla Giustizia sportiva. A un certo punto quella di Roma, titolare dell’inchiesta, ci chiese perfino di fermarci. E alla fine assolse tutti».
Mentre voi…
«Noi chiedemmo squalifiche pesanti per chi si era macchiato di un evidente illecito sportivo e di punire alcune squadre con la retrocessione. Chi era chiamato a giudicare, accolse le nostre richieste».
Il Milan finì in B per la prima volta nella propria storia.
«Fu uno shock rilevante per tutti. Mandare in B la squadra che l’anno prima aveva vinto lo scudetto mica era una cosa da niente. Ma davanti a un illecito sportivo la strada era obbligata».
Venendo all’attualità, ritiene scontata la retrocessione della Juventus e di altre società coinvolte a vario titolo nelle intercettazioni?
«Guardi, alla luce di quanto è emerso finora io fatico a intravedere un illecito sportivo».
Non bastano le intercettazioni che dimostrano come Luciano Moggi cercasse di garantirsi arbitraggi compiacenti?
«Io parlo di illecito sportivo classico e comprovato. Mi spiego. E chiedo: Moggi cercava di avere determinati arbitri perché gli stessi erano corrotti o magari perché erano notoriamente casalinghi, piuttosto che inclini a favorire una squadra in trasferta? Tra le due opzioni passa un’enorme differenza dal punto di vista della giustizia sportiva e anche di quella ordinaria».
A suo avviso, dunque, non basta tentare di ottenere un arbitraggio compiacente per dare vita a un illecito sportivo?
«A mio avviso perché si possa parlare di illecito bisogna avere le prove che, dopo le richieste di Moggi, i designatori si siano effettivamente attivati affinché l’arbitro in questione favorisse la Juventus».
E se questo scenario non dovesse emergere?
«Non saremmo di fronte a un illecito sportivo, ma a una violazione dell’articolo 1. Quello che impone ai tesserati di comportarsi secondo i principi di lealtà, correttezza e probità».
Sotto il profilo delle sanzioni cosa cambierebbe?
«In caso di illecito la retrocessione è scontata, mentre in caso di violazione dell’articolo 1 si può ipotizzare una penalizzazione in classifica, seguita da una grossa multa. Sia chiaro, io mi limito a fotografare la situazione attuale, magari altro emergerà».
Se lei fosse a capo dell’Ufficio Indagini, come si muoverebbe?
«Il passaggio delle intercettazioni che più mi ha incuriosito è quello relativo al tentativo di far ammonire i giocatori che avrebbero incontrato la Juventus nelle partite successive. Io partirei da lì, andrei a verificare se davvero tutto ciò è avvenuto. E in caso affermativo cercherei di stabilire se queste ammonizioni sono gratuite o meno».
Intanto l’attuale ufficio indagini è stato esautorato dal commissario Guido Rossi.
«Sono perplesso, troppe funzioni si concentrano in una sola persona. Senza contare che finora non si è visto un capo d’imputazione, eppure per formalizzare un’accusa è da lì che bisogna partire. E poi ho letto che grazie alle intercettazioni non ci sarebbe bisogno di interrogare nessuno. Questo mi sembra gravissimo, anche i criminali incalliti hanno diritto alla difesa. E condannare senza interrogatori…».
L’Uefa mette fretta…
«Anche noi dovemmo muoverci in fretta, ma tutto ha un limite. Tra l’altro dubito molto che si possano rispettare certi tempi».
Si conta sulla collaborazione delle Procure.
«Guardi, intanto le Procure dovrebbero chiarire su cosa indagano. Io ho fatto il magistrato, quello vero. E vorrei capire cosa c’entra la giustizia penale con una raccomandazione rivolta al ct della Nazionale. S’indaga su quello, siamo forse di fronte a un reato?».
Cos’altro non la convince?
«Tutta questa pubblicità, il fatto che nelle redazioni dei giornali, a cadenza regolare, arrivino le intercettazioni. Faccio notare, da magistrato, che siamo ancora nella fase istruttoria, quando le intercettazioni (autorizzate dal pm) devono rimanere segrete. Comunque da queste intercettazioni apprendo che sarebbero un centinaio le partite coinvolte nello scandalo. Attendo che arrivino quelle che provano gli illeciti».

Gianni Lovato (Tuttosport, 21 maggio 2006)

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La chiamano Calciopoli

18 maggio 2006

La palla è tonda. Punto

Provo ribrezzo per le reazioni medie della gente allo scandalo del calcio, alimentate quattordici anni dopo dagli stessi soggetti (media, magistrati, poteri neutri e forti) e dalle stesse pulsioni farisaiche usando le quali fu distrutta la Repubblica costituzionale, per poi passare il tempo successivo a lodare la Costituzione e la maestà della legge (e a difendersi dalle conseguenze della rivoluzione in toga contro il sistema). Che i bari debbano essere espulsi dal gioco e puniti, dopo aver accertato le responsabilità personali e risarcito le vittime della truffa con parsimonia, senza estendere oltre misura la responsabilità oggettiva, tutto questo è ovvio. Fa parte del gioco, come faceva parte del gioco politico e dei codici giudiziari punire i singoli casi di corruzione e concussione. Altra cosa è la trasformazione della coscienza nazionale in una sola anima bella e canterina, spesso orchestrata da moralizzatori che aspettano solo di essere moralizzati (come Don Diego, quello in viola). Altra cosa è l’uso sporco delle intercettazioni e dei verbali di interrogatorio, il via libera alla calunnia e all’insinuazione, la tecnica degli avvisi di garanzia come espressione di un regolamento di conti. Non è solo la storia che si ripete come farsa, visto che il punto di applicazione e l’origine del carattere malmostoso dell’opinione organizzata non è stavolta la politica, luogo del rischio in cui si governa la cosa pubblica, ma il tifo o passione calcistica, luogo delle certezze senza oggetto e del fanatismo simbolico. E’ che il risvolto di questo nuovo risibile processo al sistema è un moralismo senza basi, senza verità, il disegno inintelligente di chi vuole per pura ipocrisia che gli sia descritto un mondo senza stalle, senza stallieri e senza cacca.
Che cosa hanno fatto, secondo le intercettazioni, i masnadieri della Triade e i loro numerosi associati? Hanno tirato la giacca all’arbitro (avete presente la stessa espressione usata da sette anni per Ciampi? avete presente il libretto diffamatorio della Cederna per tirare la giacca di Leone?). Hanno premuto su Lippi per le chiamate in nazionale (avete presente Fassino quando dichiara che ci saranno “almeno nove ministri dei Ds” o Mastella che vuole fare fifty-fifty invocando il solenne lodo Spadolini, nonostante l’articolo 92 della Costituzione?). Hanno blandito i giornalisti (sounds familiar?). Hanno truccato le immagini in moviola (avete presenti i sondaggi truccati e le statistiche, i numeri impazziti della contesa politica?). Poi, a parte questo ambiguo traffico d’influenza, che nella foga degli spogliatoi arriva al millantato sequestro di persona, e al vecchio insulto intimidatorio all’arbitro in cui il tifoso nazionale deve solo specchiarsi, altro che indignazione, sono incorsi in illeciti sportivi, e quelli vanno sanzionati nome per nome, episodio per episodio, persona per persona, comprese le eventuali responsabilità sociali.
Ma questo non ha niente a che vedere con l’apocalisse giudiziaria, la divinizzazione del pm napoletano che dice “è peggio di Mani pulite” perché forse sogna come Di Pietro una bella carriera politica. Questo non ha niente a che vedere con la teoria della morte del calcio, dell’anno zero, della vergogna che deve diffondersi su tutti, mentre si fa la maglia sotto la solita grottesca ghigliottina: il giacobinismo pallonaro, che ha già gli stessi personaggi e interpreti di quello anni Novanta, potrebbe, quello sì, portare alla morte del calcio, come quello giudiziario ha portato alla morte della politica e alla sua sostituzione con la goffa caricatura dei nostri anni.
La palla è tonda. Punto. Nel calcio e in tutti i giochi vincono i migliori e i più fortunati. Qualche volta Maradona segna con la mano, a volte è pieno di coca, ma è grande e fortunato, punto e basta. I grandi cavalli non sanno delle scommesse truccate, corrono a perdifiato e vincono. Pantani era un magnifico ciclista, sebbene lo abbiano buttato fuori per doping. Se la Juve sta in vetta alla classifica per 72 partite consecutive in due campionati, si puniranno eventuali responsabilità sociali nel comportamento (provato) di Moggi, quando ci sia proprio il trucco arbitrale e non il dubbio arbitrale, ma la Juve resta forte, resta una necessità. Così come resta necessaria la politica, sebbene la si sia avvilita all’esercizio di una banda di ladri per moralismo autoassolutorio, sepolcro imbiancato. A chi sacrifica il gioco per una visione del mondo falsa e consolatoria, indignata e ipocrita, preferiamo quel gruppo di tifosi che ha tradotto un Machiavelli da ballatoio nello stadio, con un povero ma onesto striscione: “IL FINE GIUSTIFICA I MEZZI”.

Giuliano Ferrara (Il Foglio, 17 maggio 2006)

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Fatti, non chiacchiere

17 maggio 2006

Fatti accertati da palesi intercettazioni telefoniche:

- Moggi telefonava a Pairetto per concordare le griglie degli arbitri (non l’arbitro della Juve, ma quelli da sorteggiare)
- Meani chiamava Collina (senza passare per Pairetto o Bergamo)
- Nucini si confidava con Facchetti
- Moggi si è vantato con amici di aver chiuso Paparesta nello spogliatoio (millanteria?)
- Moggi telefonava a Lippi per fare pressioni sui giocatori da convocare in nazionale (Lippi ha detto che lo facevano tutti)
- Moggi e Giraudo sparlavano di tante persone
- Moggi era immanicato con tutto e tutti (ogni bravo dirigente ha un ampia cerchia di amici)
- Moggi aveva contatti con alcuni giornalisti (tra cui il credibilissimo Biscardi)
- Carraro ordinava a Pairetto di sfavorire la Juve (solo nei casi dubbi, però)
- Dondarini diceva che era difficile dare un rigore alla Juve perché gli avversari si imbestialivano
- Buffon è accusato di scommesse (come altri giocatori di altre squadre) su campionati esteri di altri sport
- la Juve è indagata per falso in bilancio (Milan, Inter, Roma e Lazio non sono finite in B per questo)
- Moggi ha fatto anticipare la consegna di una Maserati ad un amico di Pairetto
- Moggi vedendo la rissa in campo dopo Udinese-Brescia ha commentato con Giraudo che un arbitro sveglio avrebbe squalificato un po’ di persone
- Moggi richiedeva espressamente alcuni arbitri per le amichevoli estive
- Moggi si lamentava con Pairetto per l’incompetenza di un arbitro mandato dall’UEFA per una partita di Champions, auspicando arbitri migliori in futuro
- a Lippi piacciono la gnocca e le barche
- a Capello piace solo lavorare

Fatti supposti da giornalisti e PM, a testimonianza dei quali finora non è stata ancora pubblicata una che sia una intercettazione (sulle 100.0000,….CENTOMILA!?! a disposizione):

- Moggi pagava gli arbitri per favorire la Juve
- Moggi faceva ammonire i giocatori delle altre squadre prima delle partite con la Juve

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Domande senza risposta

16 maggio 2006

- In quale intercettazione Moggi chiede un arbitro compiacente nei confronti della Juve?

- Esistono prove reali che la Juve abbia pagato qualcuno per poter vincere le partite?

- Se sì, visto che gli Agnelli non ne sapevano niente, chi cacciava i soldi, Luciano Moggi?

- Esistono prove in cui si dimostra che i risultati delle partite della Juve sono stati alterati con frode?

- Quando Moggi parla della Fiorentina o della Gea, che cosa c’entra la Juve?

- Se Carraro era in possesso delle intercettazioni da mesi, perchè si è dimesso soltanto quando sono state pubblicate dai giornali?

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