Archivio per Marzo 2006

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Stelle a San Siro

16 Marzo 2006

L’addio di Albertini è stato l’occasione per vedere insieme campioni del passato e del presente. E per scoprire che i vecchi fenomeni se la cavano ancora alla grande col pallone tra i piedi.

MILANO, 16 marzo 2006 – Una vita a sentirsi dare del Metronomo, alla fine Demetrio Albertini è diventato buon amico del Tempo. E per la sua festa ha voluto regalarci un po’ di amici: alcuni tirati fuori dal passato, altri brillanti di futuro. Grazie, Demetrio: è stata una bella notte. Notte senza promossi o bocciati, notte di molte emozioni. Queste.
RONALDINHO San Siro lo adotta fin dai primi palleggi, lo applaude e lo adora come fosse una cosa sua. La bellezza dei suoi tocchi purifica anche il ricordo del brutto Juve-Milan, su quel campo orrendo. Ronaldinho entra in coda alla seconda partitella, ma l’azione più bella l’aveva fatta prima: avvicinandosi a salutare Fabio Capello che era stato appena travolto dai fischi del Meazza.
S. ROSSI Si sdraia subito per frenare Julio Salinas, come quella volta davanti al rigore di Vialli, quando iniziò la sua favola. Blocca tutto in sicurezza. Non aveva i guanti di Dida, pare.
JULIO SALINAS Contribuisce alla festa della nostalgia, sbagliando un gol dopo pochi secondi: ci torna in mente tutto quello si mangiò contro di noi a Usa ’94, quando Robi Baggio ci faceva sognare.
TASSOTTI Il d.g. Braida annota il suo nome: potrebbe essere il successore di Cafu. L’idea è venuta a molti vedendo il Tasso che chiude, riparte e rifinisce come quando era il Djalma Santos di Carnago. E se accenna a sollevare un gomito in un contrasto non è per cattiveria, ma per nostalgia di quell’Italia-Spagna mondiale.
F. GALLI “Quel serpente di Romario ti lascerà i denti nella gola”, gli dicevano prima della finale di Atene ’94. E invece Filippo si mangiò il serpente, a forza di anticipi e colpi di testa. Il bello è che lo fa pure stanotte, anche se al posto del boa Romario c’è il grigio Stoichkov, che ha addominali da bocciofila Arci.
F. BARESI La curva toglie la naftalina a uno dei canti più cari: «Il Capitano, c’è solo il Capitano!» Il Capitano stende Rijkaard, poi si ferma sul pallone a vigilare che nessuno faccia il furbo e batta in anticipo. Si vede che gode come un riccio a riesumare le sue vecchie liturgie difensive. E alla fine, all’ultimo minuto, non resiste: solleva il braccio. Funziona come un tempo: fuorigioco!
WEAH Salta netto un avversario e San Siro esplode in un boato: adesso Giorgione parte, li scarta tutti e arriva in porta come quel giorno contro il Verona che aveva maglie gialle, come questo Barcellona! Non esageriamo, stiamo parlando di un quasi presidente della Repubblica… George cerca spesso Simone. Il tempo indebolisce gli attaccanti, ma rafforza le amicizie.
DONADONI Distratto. Continua a guardare la panchina, teme che Spinelli lo sostituisca con Carletto Mazzone.
ALBERTINI Non gli basta la torta, ci mette pure la ciliegina: la meravigliosa punizione che sblocca il risultato. E non dite che Zubizarreta è stato compiacente. Zubizarreta in carriera ne ha presi di peggio. Nella ripresa Demetrio ha diretto il Barca.
EVANI Nel momento in cui Alberigo pennella l’assist per Van Basten, Mancini e Lippi si chiedono: come si clona un piede sinistro?
VAN BASTEN Ecco perché abbiamo vinto quell’amichevole in Olanda, perché Marco faceva il c.t. e non il centravanti. In volo sul cross di Evani, si è tolto vent’anni e ha incornato la palla nella porta che ospitò la sua rovesciata al Goteborg. Puoi anche avere Sheva, Pippo, Gila e Kakà in un colpo solo, ma per la nostalgia di Van Basten nessuno troverà mai la medicina.
GULLIT Direbbe Boskov: “Come cervo che a forza di entrare e uscire da foresta un poco è stanco”. Ma anche senza trecce, si allunga con buona volontà a destra e costringe Nadal all’autogol. Bravo, Ruud.
NADAL Non ricorda il nipote tennista.
BOBAN Una bendatura sapiente consente al suo menisco di non rotolare sul prato. E’ atteso da un chirurgo. Non è una buona scusa per evitare la festa di un amico: infatti Zorro c’è, con tutta la sua eleganza di uomo e di centrocampista.
SAVICEVIC Reduce da un brutto incidente, si è messo in tuta e palleggia soltanto prima della partita. Passa un pallone rosa a Van Basten appena entra in campo: l’assist più bello della notte. I vecchi del Barcellona lo riconoscono: Dejan è quello che spedì il pallone nel cielo di Atene prima di farlo ricadere nella loro porta.
M. LAUDRUP Oggi pesa quanto pesavano lui e suo fratello Brian quando giocavano. Però ha ancora il bel vizio della serpentina.
RIJKAARD Sta tranquillo davanti alla difesa. Non dà nell’occhio. Un ospite gentile. Questa è ancora la casa di Ancelotti.
GILARDINO In attesa del primo gol in Champions League, buca la porta del Barcellona che presto potrebbe essere un avversario. E’ il gol che traghetta la festa verso la cronaca del futuro. Gila e Pippo hanno respirato la magia di Van Basten: gli farà bene.

Luigi Garlando (Gazzetta.it)

I video:
1-0 Albertini
2-0 Van Basten

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Vent’anni di gollonzi

10 Marzo 2006

Anniversario per la Gialappa’s Band

Vent’anni, e non li dimostrano. Vent’anni, come l’età media dei loro fans. Vent’anni e sembra ieri da quando i tre della Gialappa’s (link a Wikipedia) sono entrati nella nostra vita, trasformando l’approccio televisivo al mondo del pallone. Prima di allora, c’erano interviste in ginocchio, sovrapposizioni sulle fasce e conduttori in doppiopetto. Con loro il calcio ha cominciato davvero a prendersi in giro.
Sono partiti dal linguaggio, stravolgendolo. Hanno trasformato i gol in gollonzi, inventando personaggi, scoprendone di nuovi, costruendoli dal nulla. Edmeo Lugaresi, prima di loro, era soltanto il presidente del Cesena. E’ bastato dattiloscrivere sul video le sue interviste parola per parola per farne il mito di una generazione. E poi Trapattoni e il suo gatto nel sacco, i fenomeni parastatali, Klinsmann, attuale c.t. della nazionale tedesca, che ai loro tempi era solo la «bionda pantegana», fra l’altro in buona compagnia, perché abbiamo apprezzato anche quel «ramarro» di Pancev.
E in un Paese dove il presenzialismo è tutto, non si sono mai fatti vedere una volta in tv, tant’è vero che le loro facce le conosciamo solo dalle fotografie. Sono le loro voci a interagire con gli ospiti o i personaggi e soprattutto con il conduttore. Ne hanno lanciati tanti, da Hellen Hiddink a
Simona Ventura, da Alessia Marcuzzi a Fabio De Luigi. Alcuni li hanno «sdoganati» dopo anni di buio. Claudio Lippi, ad esempio. Vagava nei corridoi Mediaset, in cerca di una scrittura. Incontrò loro, e lo trasformarono da presentatore dolciastro e multiuso nel loro «punching ball» preferito. Ne uscì trasformato.
Il merito maggiore della Gialappa’s, comunque, è di avere creduto in nuovi comici, lanciandoli alla ribalta, ciascuno col suo stile e con un personaggio che avesse attinenza col mondo del pallone. E’ toccata innanzitutto ad allenatori (l’Arrigo Sacchi e il Serse Cosmi di Crozza) e giocatori (il Fabrizio Ravanelli di Gioele Dix, il Daniel Fonseca di Teocoli), tutti immortalati con imitazioni diventate cult. Ma nel calderone ci sono finiti persino gli arbitri che gli allora sconosciuti Aldo, Giovanni e Giacomo immaginavano chiusi in uno spogliatoio, per sfuggire alla rabbia dei tifosi. La satira ha raggiunto anche i presidenti, con lo straordinario Car Carlo Pravettoni di Paolo Hendel, emblema dell’imprenditore senza scrupoli che venderebbe anche sua madre, cementificherebbe i parchi e ha una ricetta miracolosa per abbattere i costi di lavoro: abbattere anche i lavoratori. E non si sono salvati i giornalisti, o sedicenti tali. Felice Caccamo e Gianduia Vettorello sono due meravigliose invenzioni di Teocoli. Il primo troppo impegnato nelle fritture globali finali per occuparsi di pallone, l’altro sempre fiducioso nella proverbiale efficienza sabauda e nel «pullman delle notizie» che risolve ogni problema. Nei panni di un’intervistatrice anche Luciana Littizzetto-Lolita, alle prese con giocatori (veri) nei ritiri, ai quali faceva domande come questa: «Cannavaro, prendimi, sono la tua palla».
«Mai dire gol», fra l’altro, ha unificato la comicità da Nord a Sud, con personaggi che presto sono diventati patrimonio nazionale, da Frengo e stop (Foggia) a Mandi Mandi (Udinese), dai Sardi al paradossale Pierpiero, giardiniere di casa Arcore che tifa… per l’Inter. E con una risata ci ha affratellati tutti.
Tanti auguri, ragazzacci. E regalateci altri vent’anni così.

Vincenzo Cito-Gabriella Mancini (La Gazzetta Dello Sport, 8 marzo 2006)

P.S.: ringrazio gabriello per avermi fornito il testo!

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La Juve gode

8 Marzo 2006

Miracolo a Torino

Grazie, Wiese. Senza di te, la Juve adesso sarebbe fuori dall’Europa e Fabio Capello di fronte all’ennesimo fallimento internazionale della sua carriera, onusta* di gloria e povera di coppe. Invece la Juve va nei quarti di Champions League grazie a te, sconsolato portierone colpito dalla sventura su un pallone già abbrancato e perso per un’inutile giravolta, drammaticamente spettacolare, a contatto con il terreno.
Scusaci, Wiese. Sappiamo quanto sia dura buttare partita e qualificazione dopo una prova magistrale – la tua e quella dei tuoi compagni –, accettare la consolazione pelosa degli avversari e però vederli gioire sulla tua disgraziatissima papera.
Grazie, Wiese. E scusaci, se puoi. Ma la Juve gode, gode selvaggiamente, di una goduria incontinente, di una gioia oltre ogni ragionevole speranza, dopo una partita brutta, confusa, pasticciata e, almeno fino all’intervallo, completamente sbagliata. Nell’approccio, nelle scelte individuali, nel comportamento collettivo e complessivo. Capello – chissà perché – aveva preconizzato che non sarebbe finita come con il Liverpool, l’anno scorso. Ameno che non avesse previsto l’imponderabile – sotto questa voce va ascritta la fenomenale topica del portiere avversario – è andato molto vicino a sbagliare previsione e a fare molto peggio che con gli inglesi, nonostante il Werder Brema non li valga. La squadra di Benitez, che è pur sempre campione d’Europa uscente, sa almeno cosa sia e come si applichi la fase difensiva, interpretandola in maniera fin troppo rigorosa. Al contrario i tedeschi erano stati risibili all’andata – e la Juve aveva segnato appena due gol facendosi pure rimontare – mentre sono apparsi decenti ieri sera. Sorretti – questo sì – da un portiere che sembrava in nottata di grazia, reattivo, elastico, apparentemente insuperabile. Wiese, appunto. La Juve, per cominciare, ha sprecato l’intero primo tempo, non si doveva insistere su Ibrahimovic, chiaramente fuori fase e opportunamente sostituito. Ma il problema principale è stato l’atteggiamento compassato, il ritmo basso, la difficoltà nelle giocate anche elementari. Per quasi mezz’ora la Juve si è fatta sballottare dal pressing avversario, anziché esserne la promotrice. E quanto ad errori difensivi, cioè della fase di non possesso palla, è stato addirittura sesquipedale** quello che ha visto Thuram ed Emerson avventarsi sul portatore di palla, perdendo l’inserimento centrale di Micoud. Non meno grave che, solo nel primo tempo, gli attaccanti bianconeri siano finiti in fuorigioco una dozzina di volte contro la linea altissima della retroguardia del Werder. La Juve ha giocato poco e sbagliato troppo. Di occasioni-gol, in buona quantità, ne ha avute. Eppure solo Trezeguet – e dopo aver mancato un paio di colpi di testa per lui non impossibili – ha trovato l’angolo con una conclusione incrociata. Poco, pochissimo, quasi niente. Ma alla fine è tutto.

Giancarlo Padovan (Tuttosport, 8 marzo 2006)

*= carica
**= spropositato