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Quello che predica bene e razzola male

2 Dicembre 2009

Cosa pensa dei napoletani l’antirazzista Moratti?

Nell’agosto 2008 Renato Marzano, giudice di pace di Napoli, ha accolto una citazione presentata dall’avvocato Raffaele Di Monda contro Massimo Moratti, presidente e quindi legale rappresentante dell’Inter, condannando il patron nerazzurro a pagare i danni esistenziali a un tifoso del Napoli dopo la gara della stagione 2007­2008. Una serie di striscioni offensivi («ciao colerosi», «partenopei tubercolosi», «Napoli fogna d’Italia» e altri) erano stati esposti nel secondo anello della curva nord, in aggiunta ai cori altrettanto offensivi cantati dalla stessa tifoseria, tanto da spingere il tifoso G. D. B. a lasciare immediatamente lo stadio, nonostante il biglietto di tribuna regolarmente pagato. Moratti era stato quindi sanzionato, in base a quella sentenza, al pagamento di 1.500 euro più spese legali come risarcimento del danno esistenziale subito dal tifoso.
L’avvocato Di Monda fa sapere ora che quella sanzione non è stata pagata e che l’Inter ha anche presentato ricorso: «Moratti è stato ed è l’unico presidente dell’unica squadra mai condannata per i cori razzisti… E proprio lui ora sottolinea come il caso Balotelli debba essere adeguatamente stigmatizzato… E’ giusto. Ma mi domando, e Moratti dovrebbe spiegarcelo, perché lui non ha mai chiesto scusa per i fatti di quell’Inter­Napoli e perché invece ha fatto appello alla sentenza… C’è tanta gente che predica bene ma razzola male. Giustamente Moratti ha sottolineato l’aspetto del razzismo contro Balotelli, ma bisognerebbe domandargli che cosa pensa dei napoletani, se pensa forse che nei loro confronti possa essere speso un coro razzista».
Di Monda ricorda che Moratti si giustificò dicendo che quelli contro i tifosi napoletani «erano cori da stadio…» . «Già ma c’erano anche alcuni striscioni – fa notare l’avvocato – e quelli non erano forse da stigmatizzare? Lui avrebbe dovuto semplicemente risarcire per danni morali il tifoso che era stato costretto ad allontanarsi dalla tribuna… Aldilà dei cori, che obiettivamente non potevano essere fermati, avrebbe potuto però fare qualcosa per gli striscioni. Ora parla di contrastare il razzismo… Bene, ma perché non l’ha fatto in quell’occasione? Il problema è che evidentemente i napoletani non sono importanti, possono essere offesi… E senza neanche le scuse… E poi nel caso della curva juventina, l’altra volta contro Balotelli, venne chiuso l’intero stadio. Per le offese al tifoso napoletano, invece, solo una parte della curva…».

Tuttosport, 1 dicembre 2009

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La Triade è innocente

24 Novembre 2009

Moggi, Giraudo e Bettega: non ci furono bilanci falsi

Il processo per i conti della vecchia gestione della Juventus, per Antonio Giraudo, Luciano Moggi e Roberto Bettega si è concluso nel migliore dei modi. I tre ex dirigenti bianconeri, infatti, sono stati assolti “perché il fatto non sussiste”. La causa si è celebrata con il rito abbreviato ed era lo sbocco dell’inchiesta sulle cosiddette plusvalenze sulla compravendita di giocatori.
I pm Marco Gianoglio e Antonio Pacileo avevano chiesto tre anni per Moggi e Giraudo, due, invece, per Bettega. La Juventus aveva proposto di patteggiare una pena pecuniaria ma il giudice, Dante Cibinel, non solo non ha accolto la proposta ma ha assolto la società.
Alla lettura del dispositivo erano presenti Bettega e Giraudo, i quali hanno lasciato il Palazzo di Giustizia di Torino senza fornire dichiarazioni. “E’ il trionfo della giustizia – ha commentato, invece, uno degli avvocati difensori, Andrea Galasso – sulle considerazioni metagiuridiche che hanno animato questa dolorosa vicenda giudiziaria”.
Intanto, al tribunale di Napoli è in corso il processo a calciopoli e Moggi ha dato mandato ai suoi legali di querelare Zeman dopo quanto dichiarato in aula, durante l’ultima udienza. Lo ha rivelato lo stesso ex direttore sportivo della Juventus durante le sue dichiarazioni spontanee rese oggi in aula.
“Ora mi sono stufato – ha sbottato Moggi davanti ai giornalisti mentre lasciava l’aula -, non è possibile che sia tutta colpa mia. Zeman prenderà una denuncia”.
Nella scorsa udienza di Calciopoli il tecnico boemo aveva dichiarato in aula, come teste convocato dall’accusa, che il suo esonero, in particolare, dal Napoli, era stato provocato dal ’sistema Moggi’.
“Questo presunto sistema – ha dichiarato in aula Moggi – non esiste. Io tutte quelle cose non le ho fatte. Piuttosto se davvero Zeman pensa che sia stato io a farlo andare al Napoli e poi a farlo esonerare per rovinargli la carriera, come ha lasciato intendere, dovrebbe ringraziarmi perché ha guadagnato cinque miliardi di lire netti per un anno. Zeman, in realtà, è stato esonerato da Napoli come da Parma, Lazio, Salernitana, Lecce e all’estero dal Fenerbahce e dalla Stella Rossa di Belgrado perché non sa allenare, è lento e impacciato nel parlare e i giocatori non lo capiscono”.

Fonte: Eurosport

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Due pesi e due misure?

15 Luglio 2009

Quel Palazzi fuma

di Roberto Beccantini (La Stampa, 14 luglio 2009)

stefano_palazziPerché, l’11 aprile 2008, il procuratore federale Stefano Palazzi deferì alla Disciplinare il direttore sportivo della Juventus, Alessio Secco, e l’ex vicepresidente del club bianconero, Roberto Bettega, «per aver partecipato alla trattativa di mercato relativa al calciatore Criscito con il signor Enrico Prezioni, soggetto inibito in via definiva dalla giustizia sportiva», e perché non ha usato lo stesso metro con Massimo Moratti per le operazioni Thiago Motta e Milito, entrambe portate a termine sempre con il padrone-presidente del Genoa, «il signor Enrico Preziosi inibito in via definitiva dalla giustizia sportiva»? Aperta parentesi: la Disciplinare inflisse poi un mese di sospensione sia a Secco che a Bettega. Perché il procuratore federale Stefano Palazzi vuole vederci chiaro sui contatti tra Francesca Menarini, presidente del Bologna, e lo squalificato Luciano Moggi mentre sul fronte Moratti-Preziosi si accontenta di quello che ha «visto» attraverso i giornali? Due pesi e due misure? Ieri, martedì 14 luglio, ho telefonato a Stefano Palazzi e gliel’ho chiesto.
«Dottore – mi ha risposto – comprendo l’esigenza di dover far fronte alla curiosità dei lettori. Nello stesso tempo, mi permetto di osservare che anche notizie apparentemente simili vanno vagliate in profondità perché, lei capirà, non tutto quello che è, sembra; e non tutto quello che sembra, è. Mi scuso, dunque, se non posso proseguire in quel processo deduttivo e intellettivo che, immagino, lei vorrebbe che portassi a termine. Lei mi capisce, vero… ?».
Per la verità, non ho capito un tubo. Avrebbe potuto dirmi che gli articoli o i filmati non bastano per smascherare accordi fra dirigenti in regola e altri no, servono prove più concrete: incontri «pubblici» in luoghi istituzionali, firme «proibite» in calce ai contratti, eccetera eccetera. Nulla. Solo fumo. Il problema sollevato era e rimane un topolino, ma proprio perché è un topolino la risposta spaventa. Spaventa perché dicono che Palazzi abbia cambiato il palazzo e non che il palazzo abbia cambiato Palazzi.

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Nessun rispetto, nessuna riconoscenza

31 Maggio 2009

Una dirigenza ingrata costringe Nedved a lasciare la Juve

nedved-furiaFuria Ceca, fino all’ultimo secondo. Pavel Nedved chiude oggi pomeriggio contro la Lazio – la squadra che lo ha portato in Italia, – la sua storia agonistica con la Juventus. Ma non chiude con il calcio, questo almeno lascia trapelare. E l’addio non è indolore, tutt’altro. Arriva anzi a capo di una giornata intensa e ondivaga: prima segnali di accordo, poi la fine dell’equivoco. Con lo stesso Pavel che dopo l’allenamento accenna un «sarò a vostra disposizione in albergo dopo le cinque » e invece di conferenze stampa neanche l’ombra. Un giallo nel giallo. Quando il Biondo arriva al Principi di Piemonte, sede del ritiro della squadra, sono le 19,13 e ormai i comunicati ufficiali hanno fatto il loro dovere, ovvero comunicare al mondo che le strade fra le due parti si separano. Ok, non c’è la parola “definitivamente”, ma questo è un altro discorso.
E i retroscena del match a due escono minuto dopo minuto. Intanto, la Juve che da giorni aveva comprato una pagina celebrativa su un giornale… Come dire: tutto già deciso. E poi il volto scuro di Nedved al momento dell&# celebrativa su un giornale… Come dire: tutto già deciso. E poi il volto scuro di Nedved al momento dell’;ingresso in hotel, senza nemmeno un saluto alla gente che staziona fuori da ore. «Grande Pavel», l’urlo che lo accoglie. E lui via come Flash Gordon. «Davvero la società non gli ha rinnovato il contratto? Sono i soliti dirigenti…», il commento più edulcorato. E ancora una serie di imprecazioni, tipo: «Non si rispetta più la storia della Juve e dei suoi campioni». Oggi, all’Olimpico, ci sarà la festa con la proiezione di un filmato sulla Furia Ceca, con i compagni che non si faranno pregare per dirgli semplicemente: grazie per questi anni vissuti… di corsa. E la curva prepara l’ultimo striscione, un omaggio al campione, «con il quale ci sentiamo solidali».
Insomma, una bella storia che diventa una brutta storia. Dove Pavel parla di sentimenti e la società fa capire che trattasi di richiesta esosa non possibile da accettare. E tra le righe asettiche e senza emozione si legge disappunto, nel Nedved pensiero. Lo stakanovista del pallone che si sente scaricato, paragonato quasi a un giovane alle prime armi che tutto deve dimostrare. Ok, va verso i 37 anni, ma fin qui la carretta l’ha tirata lui. E in cambio cosa ne ottiene? Nessun incontro se non alla vigilia della chiusura del campionato (eppure da un mese aveva preso la decisione di continuare…). Nessun attestato di stima profonda, incondizionata. Insomma, i dirigenti che non toccano i tasti giusti, loro che sono stati bravissimi a riprendere Fabio
Cannavaro (un anno più giovane del vecchio Pavel), con un ingaggio a 2,2 milioni di euro, un’opzione per il secondo a 1,6 e ancora la garanzia dell’inserimento del napoletano in società dopo aver appeso le scarpette al chiodo. Ovvio che si scateni la furia, tutt’altro che cieca… «Dopo otto stagioni con la Juventus è arrivato il momento di salutare tutti i tifosi, i compagni e la società e ringraziarli per il sostegno ricevuto in questi anni. A Torino ho vinto 4 scudetti e un Pallone d’Oro. Da lunedì penserò al mio futuro. Vorrei ringraziare mia moglie Ivana e i miei figli, che mi sono stati sempre molto vicini, accompagnandomi nel corso della mia carriera consentendomi di raggiungere traguardi straordinari. Alla Juventus continuerò a sentirmi legato da un rapporto di grande affetto e sono particolarmente grato alla famiglia Agnelli per avermi dato l’opportunità di giocare in questa grande squadra. All’origine della mia decisione, ci tengo a precisarlo, non vi è alcuna ragione di carattere economico». Da mandare a memoria… E il club dall’altra parte, quasi con freddezza: «La Juventus ha preso atto della decisione di Pavel Nedved di chiudere la sua carriera in bianconero alla scadenza del contratto. La società augura a Nedved un futuro altrettanto vincente, nella speranza di continuare insieme un cammino professionale, in cui il suo carisma e la sua esperienza possano regalare a lui e alla Juve ulteriori soddisfazioni». Un’apertura tardiva…
Parla, ovviamente, anche il manager del giocatore, Mino Raiola. «Per adesso diamo l’addio alla Juve (non al calcio), decisione che già è stata abbastanza difficile. Poi da lunedì pensiamo al futuro. Ora giocherà la sua ultima partita con la maglia bianconera. Io ho tante offerte sia in Italia che all’estero (in Premier? ndr). Non abbiamo mai richiesto garanzie tattiche, tecniche né un futuro nella dirigenza.
Tantomeno c’entra il nome del futuro allenatore, perché non si sa chi sarà». La Furia Ceca esplode, pare, dopo la proposta di un contratto a gettone, buttato lì appunto privo di «sentimenti» dai dirigenti. Liquidato senza trattare. Perché con 43 match disputati, Nedved è stato il giocatore più impiegato… E dopo tre anni di assenza, allo stadio ci sarà anche Andrea Agnelli, il suo grande amico oltreché vicino di casa alla Mandria, per applaudirlo. Una piccola grande consolazione per il Pavel bianconero.
Che finisce qui. Furioso.

Elvira Erbì (Tuttosport, 31 maggio 2009)

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Per non dimenticare mai

29 Maggio 2009

39 Angeli all’Heysel

HeyselVentiquattro anni fa il sole di Bruxelles assisteva inebetito, in luogo di una divinità colpevolmente assente, alla mattanza più assurda di tifosi nella storia del calcio. Un’aggressione barbarica, ma studiata e intrapresa con perfidia e premeditata tattica militare, una “strage dolosa” come la definisce Francesco Caremani nel suo libro “Le verità sull’Heysel. Cronaca di una strage annunciata”. Prevedibile da parte dell’UEFA, ma ignorata, e mai contrastata dalle autorità di polizia del Belgio.
Si è scritto tutto ed il suo contrario su quella infausta giornata di Maggio. Abbiamo ascoltato e lasciati impuniti cori beceri in ogni curva d’Italia ad insozzare la memoria di innocenti calpestati come pupazzi in mezzo alle pietre sgretolate dal crollo, dilaniati dai ferri di cancellate acuminate come lance macedoni, finiti a calci, poi applauditi dagli inglesi ubriachi che frugando nelle loro tasche lanciavano in aria a sfregio povere cose. Abbiamo ascoltato parole imparentate alla menzogna per non farsi più del male tra i rimorsi.
Ci restano in repertorio, giunte da quel cinema dell’orrore, le immagini di una gioia che non conobbe pudore e la matematica che ancora oggi divide gli squallidi contabili dell’almanacco. Chi stringe una coppa a sè, come fosse congruo e naturale risarcimento alle bandiere sporche di sangue, chi vorrebbe eliminarla per fare un dispetto, proprio a chi affrontò migliaia di chilometri per non vederla, mai, portata in trionfo, mentre giaceva in obitorio.
In tutto questo tempo il silenzio della dimenticanza è stato mistificato con il rispetto per le famiglie delle vittime. La memoria, beffardamente, colpevolmente, non ha trovato collocazione geografica proprio lì dove la bacheca ancora adesso urla, orfana di un segno qualunque d’amore per quei 39 respiri soffocati dall’odio e mai degnamente celebrati dalla loro stessa Madre. Dignità e vergogna, come Abele e Caino, ad inseguirsi da ventiquattro lunghi anni in questa storia scritta col sangue e con le lacrime di 39 famiglie di innocenti.
C’è ancora qualcosa che si può fare per innalzare una piccola preghiera di pace, invece di un trofeo di latta, verso il cielo, fosse anche la litania di chi non crede oltre le nuvole, ma soltanto negli uomini? Magari in quelli che verranno. In quelli che applaudiranno gli avversari a vincere… In quelli che ameranno i propri colori senza disprezzare le altrui combinazioni… Non lo so. Non lo so. Non lo so. Quello che immagino è che il dolore è dolore ed il perdono spetta solo a chi non ha mai trovato le parole, per contenerlo. Non lo so. Non lo so. Quello che possiamo fare noi oggi è soltanto trovare un luogo, delle pagine, monumenti, strade, piazze, deputati a non dimenticare. Una sala della memoria, nel nuovo stadio di Torino. Un sacrario di emozioni, al di là delle bandiere.
E’ vero. Sono caduti per la Juventus. Sono i caduti della Juventus. Allora è maturo il tempo d’incidere a fuoco quei nomi su quella coppa senza vergogna e legarla per sempre ai suoi 39 cuori. Onore e memoria sono l’unica rima possibile di questa storia dell’Heysel, da tramandare ai figli ed ai nipoti come un incubo in attesa di redenzione.
Ci sono macigni che pensi di avere sepolto in qualche angolo remoto nel mondo. Ritornano. Prima o poi. E se non ti travolgono è perchè il vento li restuituisce al tuo sincero pentimento in forma di angeli.
C’è ancora tempo, per l’amore…

Domenico Laudadio (www.saladellamemoriaheysel.it)

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Come un’Inter qualsiasi

20 Maggio 2009

Trovato il capro espiatorio: Ranieri esonerato (e umiliato)

ranieri-esoneratoQuasi ogni settimana di calcio che Dio manda in terra, io invio un sms lapidario a Giovanni Cobolli Gigli, presidente della Juve e persona squisitissima. Dopo pochi minuti lui mi risponde. Lunedì sera, e dopo aver saputo che Claudio Ranieri non era più l’allenatore della Juve, gliene ho mandato uno così: «Non sono d’accordo». Dopo due minuti è arrivata la sua risposta, e cioè che a conclusione della sciagurata partita della Juve contro l’Atalanta le facce dei giocatori juventini, laggiù negli spogliatoi, la prospettiva del quarto posto ce l’avevano stampata addosso. Stampata in faccia la prospettiva della sconfitta, il panico, la dismissione nervosa. Il quarto posto nel torneo significa mettere a grave rischio la qualificazione in Champions, significa fare vacanze più brevi e dunque crollare dalla stanchezza a due terzi del torneo (com’è avvenuto quest’anno). Significa mettere a rischio 15-20 milioni di euro di incassi, e questo in una società che sacrosantamente bada ogni volta a come spende mille euro. E dunque, tra domenica sera e lunedì mattina, ecco che è arrivata la mossa della disperazione. L’umiliazione di un allenatore che aveva meritato e che è stato eletto a capro espiatorio. Non sono d’accordo. «Questa è una Juve che si sta comportando come un’Inter qualsiasi» m’ha scritto per sms il romano Stefano Discreti, che è il vero tifoso juventino numero uno d’Italia per quanto ne sa di calcio e ne ragiona elegantemente. Per quel che mi riguarda, lo ribadisco: a Claudio Ranieri mando uno speciale saluto per quello che ha fatto in casa Juve nel tempo della difficilissima ricostruzione dopo lo tsunami dell’estate 2006.
Non era stata una punizione sportiva nel senso di togliere una singola vittoria, nel senso di punire un episodio e basta così. Era stata una distruzione sistematica e totale. Cassato il miglior gruppo dirigente della storia del calcio moderno. Costretti alla fuga dalla maglia bianconera i giocatori che avevano partecipato alla finale della Coppa del Mondo del 2006. Una società che s’era trovata con un budget ai limiti dell’abisso e che non poteva dire di no a un giocatore nomade e mercenario come Ibra che se ne voleva andare a raccogliere più gloria e più soldi altrove. Peggio di tutto, una proprietà che non aveva difeso neppure con una parola la sua storia e le sue vittorie, e dunque una società che manifestava di avere una forza politica zero e che come tale ne sarebbe stata trattata e ne è trattata, fino all’offesa di dover giocare a porte chiuse perchè il suo pubblico s’era prodotto in grida belluine contro Mario Balotelli. Grida belluine certo, come se ne sentono negli stadi in tutta Italia. E allora quella volta che il pubblico udinese gridò un “Devi Morire” ad Alex Del Piero che stava uscendo in barella, che provvedimenti bisognava prendere contro quelle bestie?
La Juve che si comporta come una provinciale da due soldi, quelle società che un milione di volte abbiamo irriso perchè congedavano i loro mister a poche giornate dalla fine. E’ successo anche questo, purtroppo. Anche questo. E adesso c’è Ciro Ferrara che siede sulla panchina. Uno dei nostri, uno che la razza juventina ce l’ha stampata in faccia, uno di quelli che ha raccimolato tutti i trofei al tempo delle nostre vittorie. Un Ferrara per due giornate o un Ferrara anche per il futuro? A dirlo così a me va benissimo che Ciro il Grande resti. A me va benissimo che si scelga un allenatore giovane e debuttante. Quel che avevano fatto Giampiero Boniperti e Luciano Moggi con il Trap e con Marcello Lippi. Se poi dovesse venire Antonio Conte, va benissimo anche per lui e per le stesse ragioni.
Beninteso nessun mister fa i miracoli. Lippi o Arrigo Sacchi o Fabio Capello hanno vinto con squadre zeppe di campioni, non con Grygera e Poulsen. Non c’è Rambo che tenga contro il fatto che Alex viaggia sui 34 anni abbondanti e l’immenso Pavel Nedved oltre i 36. La Juve di oggi, Diego compreso, non è una squadra da primati. Roma non si è fatta in un giorno. Alla Juve di oggi manca tutto, la rosa, un gruppo dirigente esperto e implacabile come lo erano quelli della Triade, i denari da spendere in abbondanza. Manca la forza politica, che si esprime anche nel poter fare una sfuriata contro un arbitro la cui prestazione è stata al di sotto della decenza. La forza politica dell’Inter attuale sta anche nel fatto che il suo mister può prendere a pesci in faccia chiunque per poi esser invitato da Piero Chiambretti e fare prestazioni massmediatiche degne di un Walter Chiari. Lo dico con grande ammirazione nei suoi confronti. E del resto io me le ricordo le prestazioni di Luciano Moggi quando entrava in uno studio televisivo, anna fa, e tutti erano ai suoi piedi al modo di uno zerbino. Dio quanti anni sono passati…

Giampiero Mughini (Libero, 20 maggio 2009)

Fonte: Montero77

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“Ci sono processi più seri di Calciopoli”

19 Maggio 2009

Ascoltati due  testimoni chiave dell’accusa: il primo fa dichiarazioni “irrilevanti e non pertinenti”, il secondo scredita le imputazioni

romeo_paparestaTeresa Casoria, la presidente-donna della giuria di donne di Calciopoli, sta seduta sul suo scranno dell’aula della nona sezione che celebra la prima udienza vera del processo a Moggi e altri 23: interrogano l’ex gola profonda del Calcioscommesse 1986 Armando Carbone, poi il padre di Gianluca Paparesta, Romeo, quello che prende dalle mani di Moggi a via Petrarca il telefonino con sim svizzera che incardina il procedimento a Napoli. Ma quando alla fine dell’udienza con avvocati e pm si discute sul fitto calendario delle udienze fissato fino a fine 2009 si fa scappare una frase di quelle pesanti.
Dicono no all’udienza del 29 dicembre, i legali. E lei: «In questa sezione abbiamo anche processi più seri da portare avanti». Poi cerca la correzione, mentre gli avvocati sorridono e i pm masticano amaro: «Nel senso che abbiamo pendenti casi con gente agli arresti…» Ma la frase resta lì al termine di un’udienza iniziale che parte con i fuochi d’artificio del Carbone che dice tutto e il contrario di tutto, che parla di inghippi e intrallazzi da Torino-Hajduk e Juve-Aston Villa fino all’ingaggio di Ferrara («lo ha portato alla Juve la Gea…», ma Ciro s’è trasferito nel 1994 quando i rampolli della Gea facevano il liceo), che confonde date e fatti, opinioni e letture di giornali, che dentro il sistema Moggi ci mette tutti. Se la prende coi giudici Marabotto e Laudi, fino a dire (manco la questura di Torino fosse il Cile) che ai tempi del calcio scommesse venne arrestato e tenuto in guardiola per 41 giorni. «Vabbe, abbiamo inquadrato il personaggio», dice la presidente Casoria.
Paparesta senior parla dei suoi telefonini moggiani. Romeo riferisce di un Moggi che ai tempi degli incontri che dovevano favorire una sua scalata (abortita) ai vertici Aia era «ossessionato da quella che lui chiamava la cupola del calcio, le squadre romane e soprattutto le milanesi. Moggi temeva che questo potere potesse vanificare il lavoro fatto alla Juventus». Poi rivela come Lucianone si lamentasse del fatto che gli “amici” Pairetto e Bergamo non riuscissero ad aiutarlo. Moggi chiederà proprio a Paparesta senior di segnalargli storture del mondo arbitrale in quella annata diciamo… inquieta. Con quei telefonini con schede svizzere nei quali ci sono registrati i numeri Luciano1 e Luciano2, Fabiano1 e Fabiano2 (Mariani ex dg Messina e uomo di fiducia per anni di Moggi).
Poi i passaggi successivi al famoso Reggina-Juve. Sostiene Romeo che avesse invitato il figlio a chiamare col telefonino svizzero Moggi per censurare l’ex dg Juve dopo la nottata del Granillo. Chiude con un’ammissione sul figlio: «Gianluca commise un errore a non refertare l’accaduto». Ce ne siamo accorti. Singolare che tra le rappresaglie su Gianluca ci fosse una sospensione tecnica dopo la finale di Coppa Italia 2004, Juve-Lazio, vinta dai biancicelesti: stop di due mesi… Ma il campionato era praticamente finito. Il processo prosegue, anche senza imputati “ristretti” in vincoli: martedì prossimo udienza da 20 ore… Saranno interrogati Franco Baldini (nel caso Gea venne controinterrogato per quattro ore…), poi Dal Cin, l’agente Canovi, l’ex gola profonda della Figc, Galati, l’impiegato Juve Bertolini incaricato di comprare le schede a Chiasso dal signor De Cillis (anche lui tra i testi di martedì), Nucini, Aliberti, Gazzoni Frascara. Poi udienze a pioggia. In attesa che giunga qualche ribaltone sulla questione di fondo del processo, cioè le intercettazioni telefoniche: si lavora alla trascrizione e si cercano le chiamate di altri dirigenti di club ai designatori. Telefonate di cui nell’indagine parlava anche Bergamo in interrogatorio (ma anche nelle sue chiamate con la mitica impiegata Figc, Fazi).

Fonte: Tuttosport.com

Leggi anche:
- Benvenuti a Farsopoli: da A. Carbone fatti irrilevanti e non pertinenti
- Clamoroso in aula: per il padre di Paparesta son tutte leggende

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Conte batte sul tempo l’Inter

9 Maggio 2009

L’ex capitano della Juve guida la sua squadra alla conquista della promozione. Dopo otto anni il Bari ritorna in Serie A.

bari_serieaSan Nicola ha fatto il miracolo! Nella serata della festa del patrono, il Bari torna in serie A dopo otto anni di purgatorio tra i cadetti. Il mancato successo del Livorno sulla Triestina dà ai biancorossi il lasciapassare un giorno prima della trasferta di Piacenza, che sarà quindi la passerella per il tecnico dei primati, Antonio Conte, e i suoi ragazzi. Subentrato a Beppe Materazzi, l’allenatore salentino – già bandiera della Juventus – non solo ha vinto ogni resistenza campanilistica (per le vecchie e mai superate ruggini tra Bari e Lecce), ma ha preparato già dall’anno scorso l’ambiente alla cavalcata sontuosa conquistando una salvezza senza patemi.
Quarantenne a fine luglio, Conte ha iniziato la carriera di allenatore nella stagione 2005/06 come vice di De Canio (oggi sulla panchina del Lecce), passando quindi per Arezzo (esonerato, poi richiamato quando ormai era troppo tardi per centrare la salvezza), fino ad iniziare l’avventura con il Bari. I pugliesi non sono partiti con il favore del pronostico. Decisive, oltre alle reti pesantissime del bomber Barreto (20), sono risultate le prestazioni esterne: contro la Triestina (1-2) alla prima di ritorno, ma anche contro il Sassuolo (1-3) sino al trittico di vittorie, dopo lo stop interno con il Parma, contro Ancona (0-3), Rimini (3-0) e Albinoleffe (1-4).
conte_san_nicolaLa gestione di Conte è stata caratterizzata da gioco e organizzazione, insieme ad una mentalità vincente sullo stile Juve, con il direttore sportivo, Giorgio Perinetti, a sondare e mettere a segno i colpi giusti sul mercato. Gli innesti a campionato iniziato di Lanzafame, Kutuzov e Guberti hanno potenziato l’organico, permettendo di tagliare il traguardo della promozione con anticipo e di superare la concorrenza di formazioni ritenute più attrezzate quali Brescia, Livorno, Sassuolo e Parma. Negli otto anni di B, la piazza ha spesso contestato duramente le scelte societarie e i mancati investimenti; ha scritto parole in cirillico sulle balconate della curva nord per invitare imprenditori russi ad acquistare il club; ed ha quasi implorato Vladimir Putin, in visita a Bari, di intercedere presso qualche magnate moscovita. Senza dimenticare la trattativa grottesca (poi fallita) per l’acquisto della società portata avanti da due sconosciuti immobiliaristi italo- monegaschi, e l’interessamento dell’ex patron del Real Madrid Lorenzo Sanz. Si sono succeduti tanti allenatori (Attilio Perotti, Marco Tardelli, Bepi Pillon, Guido Carboni, Rolando Maran e Beppe Materazzi), e finalmente Antonio Conte. Sua, l’impresa, di riportare il San Nicola ai vecchi fasti proprio nella serata della festa più amata dai baresi.
«La vittoria del gruppo»: così il tecnico del Bari, Antonio Conte, dal ritiro di Piacenza ha commentato la promozione in A. «La gara decisiva – ha aggiunto – è stata la trasferta vittoriosa a Trieste (1-2)». «È una grande festa per la città - ha concluso – e io che sono cattolico sono particolarmente felice che si possa festeggiare insieme la promozione e il patrono di Bari, San Nicola. Il mio futuro? Ora non ci penso, mi voglio godere questo momento».
Mortaretti e petardi dei tifosi, fuochi pirotecnici sparati sul lungomare Nazario Sauro per la festa del patrono, San Nicola. La gioia dei baresi per il ritorno in A dopo otto anni di purgatorio si è raddoppiata stasera dopo la buona notizia giunta da Livorno, con i padroni di casa sconfitti dalla Triestina. Al termine della partita in Toscana i tifosi hanno cominciato ad affluire in piazza Chiurlia, che separa la città vecchia da quella nuova, meta storica per i festeggiamenti sportivi. Qui sono stati fatti scoppiare decine di grossi petardi il cui fragore si è mischiato agli ’sparì sul lungomare – dove sono decine di migliaia di persone per la sagra – in onore di san Nicola. Caroselli di auto e moto percorrono la città che è tappezzata da giorni con bandiere e vessilli biancorossi.

Fonte: Tuttosport.com

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Tacchinardi a gamba tesa sull’attuale dirigenza

8 Maggio 2009

“Hanno buttato milioni di euro”

tacchinardiAlessio Tacchinardi, 11 stagioni in bianconero, con la Juventus ha vinto tutto dal 1994 al 2005: 6 scudetti (di cui 1 revocato), 1 Champions League , 1 Coppa Intercontinentale,1 Coppa Uefa, 4 Supercoppe Italiane e 1 Coppa Italia. L’ex centrocampista bianconero si confessa ai microfoni della trasmissione “Soccer Time” (IES TV, intervista inregrale questa sera alle 21) ed esce allo scoperto parlando dei problemi attraversati dall Vecchia Signora puntando pesantemente il dito su Cobolli Gigli, Blanc e Secco, una dirigenza a suo avviso non all’altezza: “La colpa è la loro… Nel calcio di oggi non si inventa niente, hanno buttato milioni di euro in 3 anni comprando giocatori che non hanno lasciato il segno: Almiron, Tiago, Andrade, Poulsen, De Ceglie, Grygera, Saliahmidzic, Marchionni e molti altri… A parte Sissoko e Amauri hanno buttato via un sacco di soldi”
Rincara la dose: “Io ho avuto la fortuna di lavorare con una dirigenza competente (Moggi e Giraudo, ndr). Quando prima di lasciare la Juve sono tornato dalla Spagna con il nuovo entourage in una settimana di ritiro nessuno mi ha mai chiesto e detto niente, ero visto come un figo della triade e mi hanno messo alla porta”.
Sul suo amico Buffon: “Vedere quello sfogo di Buffon mi ha fatto malissimo, una pugnalata al cuore”.
Tacchinardi ne ha davvero per tutti, anche per Cannavaro, pronto a rivestire il bianconero: “Un altro sbaglio della dirigenza: 36 anni, uno che è scappato per non andare in B e adesso torna perchè gli fa comodo… Allora prendiamo anche Zambrotta, Emerson e Capello…”
Sul nuovo allenatore: “Spalletti? Spero che non si sbagli ancora, Conte o Vialli gli uomini giusti. Si prenda esempio dal Milan: solo chi ha indossatola maglia e ha dimostrato quel senso di appartenenza ai colori può allenarlo”.
Su Moggi: “Gli sarò sempre grato, un grande conoscitore di calcio che non ha mai sbagliato un acquisto, l’ultimo un certo Ibra… Vederlo con la maglia dell’inter mi fa male, senza di lui i nerazzurri avrebbero 30 punti in meno”.
Su Secco: “Un bravo ragazzo, ma vederlo come Direttore Sportivo sinceramente… Le responsabilità di questa situazione è anche sua”.
Sulla sfida col Milan: “La Juve non può vincere, e credo che arriverà quarta”.

Tuttosport.com

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Buffon rivendica gli scudetti sottratti

28 Febbraio 2009

“Lo sanno tutti che erano meritati”

E’ una delle bandiere della Juventus e si è ampiamente meritato questa palma dopo aver seguito la sua squadra anche in serie B, nonostante fosse riconosciuto da tutti come il più forte portiere del mondo. Gigi Buffon si è raccontato in una lunga intervista rilasciata ai microfoni di Sky all’interno della trasmissione “I Signori del Calcio”.

buffon_chelsea_25022008Nell’estate del 2001 firmi per la Juve. Sei costato 105 miliardi, record per la società: ti ha mai pesato?
“No, è sempre stato un bell’orgoglio, anche perché credo di essere stato l’unico portiere per cui sono stati spesi così tanti soldi. Questo è un altro dato di fatto che mi inorgoglisce e mi farà sempre piacere. Poi credo di aver dimostrato con gli anni che quella cifra non fosse così spropositata come quasi tutti avevano pensato. Stando ai giorni d’oggi, se è vero o no non lo so, ma se le offerte che fanno alla Juve per il sottoscritto si aggirano ancora su quella cifra e sono passati 8-9 anni significa che la Juve mi ha pagato anche poco”.
Perché hai scelto la Juve?
“Un consiglio di papà e del mio procuratore Silvano Martina. In quel periodo dovevo scegliere tra Roma, Barcellona e Juve. Inizialmente la mia grande amicizia con Totti e Vito Scala, mi aveva fatto propendere per Roma, dove era anche arrivato Capello e sembrava fosse cominciato un ciclo di una squadra invincibile. Mi ricordo che Silvano e mio padre erano andati a parlare con Sensi, ma poi per ragioni economiche il presidente della Roma fece un passo indietro e preferì prendere Pellizzoli, pagandolo meno, ma che all’epoca era uno degli emergenti. Anche con il Barcellona avevo preso dei grandi contatti, ma nel momento in cui Silvano Martina stava andando a Barcellona a chiudere la trattativa, lo chiamò Moggi e si mise in mezzo la famiglia Agnelli. Io avevo una gran voglia di vincere uno scudetto, mio padre mi disse che la Juve non vinceva lo scudetto da cinque anni e che tempo due anni l’avrebbe rivinto. Alla fine ho seguito il suo consiglio ed è stata una bella scelta”.
E hai vinto subito lo scudetto, quello del 5 maggio. Te lo aspettavi?
“Non me la sarei mai aspettato. Forse è stato lo scudetto più bello. Per me era un sogno che si avverava, un miracolo sportivo”.
Seconda stagione, secondo scudetto, ma anche la finale di Manchester. La più grande delusione?
“Sì, sicuramente. La partita di Manchester rimarrà per sempre una delusione, di squadra, per la gente, per me stesso, perché alla fine quell’anno sono stato votato miglior giocatore della Champions. Sono stato l’unico portiere finora ad aver vinto quel premio, per cui vuol dire che avevo fatto bene, in finale avevo anche parato due rigori. Un pochino di rammarico c’è perché ci siamo andati vicino, però dopo tre anni c’è andata bene al Mondiale”.
Con la Juventus di Capello hai vinto i due scudetti, poi tolti…
Per me non cambia nulla, io so quello che ho fatto, vinto e meritato nella mia vita. Ho delle mie convinzioni e nessuno me le toglierà, al di là di quello che può venir fuori dal processo e dalla giustizia. Ognuno di noi dentro di sé ha una coscienza con la quale dialoga, ognuno di noi sa quello che ha guadagnato sul campo in maniera meritata“.
Pensi di averli meritati?
Senza dubbio. Lo sanno tutti in Italia, magari c’è stato qualche aiuto, come accade sempre, ma li abbiamo meritati“.
Perché nel corso della seconda stagione di Capello avevi deciso di lasciare la Juve? Dove saresti andato?
“Perché non c’erano più i rapporti interpersonali idilliaci come prima, perché qualcuno voleva sindacare sulla mia vita privata e sulla mia professionalità, perché erano i primi tempi in cui mi vedevo con Alena…”.
Da Berlino alla B. Per la Juve o per te stesso?
“È un fatto di coscienza. Aver lasciato la Juventus in un momento così non mi avrebbe fatto vivere bene. Alla fine per giocare bene, per stare bene con gli altri, devo avere la coscienza a posto e quello era l’unico modo per poter continuare a giocare in maniera tranquilla e spensierata”.
Anche i dirigenti avevano dato per scontato che saresti andato via…
“Sì, quando Secco prese l’incarico di Moggi mi disse che c’erano Milan e Arsenal che mi volevano. Penso di aver dato a lui e alla Juve quell’iniezione di fiducia ed entusiasmo per ricominciare a tessere la ragnatela per tornare grande. Se non avessi fatto quella scelta la vittoria di un campionato non mi avrebbe più dato grosse soddisfazioni”.
I trofei che ti mancano sono un obiettivo possibile con questa squadra?
“Sì, la Juve è migliorata molto quest’anno, perché dati alla mano si pensava che senza Buffon, Camoranesi, Zanetti, non potesse andare avanti, invece abbiamo avuto la prova che è riuscita a fare una rimonta incredibile, ha trovato una continuità importante, ha inanellato una serie di vittorie di prestigio. Rimaniamo dei giocatori importanti per la Juve, però abbiamo trovato dei degni sostituti, l’autostima della squadra è aumentata”.

Fonte: Goal.com